VASTO

D’Alfonso: «Cambiare gli assistenti sociali La Chiesa? Serve di più»

9 Marzo 2026

Il deputato Pd: «So che il vescovo è preoccupato dalla situazione

VASTO

Come giudica lo stile di vita dei Trevallion?

«Problematico e costoso dal punto di vista morale».

Allora è d’accordo con le scelte del tribunale?

«Non ho detto questo. Quello che penso non mi avrebbe portato a prendere posizioni così radicali di sanzione».

Il centrosinistra non ha fatto praticamente nulla in difesa di questa famiglia.

«La campagna referendaria è un contesto che avvelena, che colloca tutto nella logica degli spalti e della folla».

 

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Cosa è mancato?

«Non si è vista la vicenda dall’unica prospettiva che conta: quella del merito».

Giorno dopo giorno, il silenzio della Chiesa e del centrosinistra sul caso della famiglia del bosco fa sempre più rumore. Una voce, però, arriva a rompere questo silenzio. Il deputato Luciano D’Alfonso, dem oltre che cattolico, avrebbe tutti gli interessi a seguire la linea del profilo basso decisa dal Pd su una vicenda che, in tempi di referendum sulla magistratura, rappresenta un terreno più che scivoloso. E invece D’Alfonso non si tira indietro. Come mai? «Perché non mi sento vincolato a nessuna postura di partito», risponde. Ne esce fuori il ritratto di una voce fuori dal coro all’interno di un campo largo che non è intervenuto per il «timore» di fare il gioco del governo.

D’Alfonso, il fatto che Meloni e Salvini difendano una famiglia di hippie non è paradossale?

«La cultura del centrosinistra è una cultura che vuole vedere nel merito come finisce una procedura in cui sono entrati in campo gli specialisti della misurazione giuridica, i magistrati».

Pensa che il provvedimento di allontanamento del 20 novembre fosse ben calibrato?

«Credo nella buona fede della giustizia che ha assunto quella decisione, così come l’ultima di separare i 3 minori dalla loro vita, dalla loro mamma».

Ma?

«Le mie perplessità cadono su quelle figure, magari affaticate, degli assistenti sociali».

Sta sfatando un “tabù” del centrosinistra.

«In questa storia i servizi sociali rappresentano il basamento originario di tutto il lavoro successivo».

Si spieghi meglio.

«L’assistenza sociale avrebbe dovuto essere il grimaldello utile a consentire un ingresso agevolato, professionale e consapevole nella vita di una famiglia che ha scelto uno stile esistenziale di vita semplicemente diverso e differenziato dalla massa, ma si è trasformata nella clava che ha sfondato la porta della reciproca comprensione e del mutuo scambio esperienziale».

Pensa sia venuto meno il principio dell’oggettività da parte dei servizi sociali?

«Non sono sicuro che da parte di chi vigila su di loro ci sia ancora la necessaria terzietà e distanza da quanto viene osservato».

Cosa farebbe se avesse in mano il processo?

«Allargherei la platea di professionalità con soggetti esperti, meno coinvolti e più concentrati sui fatti piuttosto che sui riflettori. Purtroppo, invece, quello che abbiamo visto è la disapplicazione di un principio fondamentale come quello di gradazione».

Principio di gradazione?

«All’interno di un’aula giudiziaria non c’è mai un’unica risposta. La sanzione deve essere adeguatamente graduata, in questo caso più che mai vista la delicatezza delle vite in campo».

I provvedimenti del tribunale siano stati sproporzionati?

«È come se la materia fosse sfuggita di mano a chi la gestiva».

L’ultima ordinanza è molto dura.

«È molto dura nelle conseguenze, nell’immagine che dipinge e anche nelle cicatrici che può lasciare sulla pelle di chi ha l’età più piccola».

Si riferisce a possibili traumi?

«Il rischio è che si crei una situazione irrecuperabile. Ecco perché faccio appello al principio di gradazione».

Crede che la famiglia abbia dato prova di voler accettare dei compromessi?

«Su tutti quelli che erano i temi centrali – educazione, igiene e quello “monumentale” dell’abitazione – la famiglia ha offerto delle garanzie. Questa è la misura oggettiva dei loro sforzi di autocorrezione».

Cosa è mancato allora?

«Il fatto è che le scuole ideologiche di pensiero hanno preso il sopravvento».

Se la giustizia non fosse diventato il principale campo di battaglia, il centrosinistra avrebbe agito diversamente?

«Ci sarebbe stata meno emotività da tutte le parti».

E per quanto riguarda voi?

«Forse avremmo avuto meno timore di intervenire».

Perché?

«C’è stato un po’ di timore legato al fatto che mettersi ora a dire “forse questa sentenza non va, forse questa ordinanza è eccessiva”, potesse rappresentare l’inveramento di due scuole di pensiero che si rileggono antiteticamente».

In questa storia, c’è qualcuno che salva?

«In pieno salvo solo il sindaco di Palmoli, luminoso e illuminante in ogni suo passaggio. Ha dimostrato puntualissima conoscenza dell’intero e perlomeno ci notifica di avere vinto sul campo un concorso per essere giudice popolare».

E per quanto riguarda la Chiesa, pensa che avrebbe dovuto fare di più per questa famiglia?

«Sì. Mi auguro che arrivino quelle ulteriori parole di incoraggiamento di cui è capace la Chiesa diocesana, vista la statura riconosciuta di chi conduce il magistero, perché so che c’è inarrivabile consapevolezza, appropriatezza rilevantissima di strumenti conoscitivi e soprattutto moltissima autentica preoccupazione».

La famiglia dovrebbe essere un valore da difendere per il cattolicesimo, no?

«La premura di una famiglia non è sostituibile con nessun bastione dello Stato».

Vuole concludere con un appello?

«Dobbiamo avere il coraggio anche di cambiare gli attori là dove si è persa la necessaria lucidità. Palmoli non è Novi Ligure, non è Cogne e non è Avetrana».