Veruska, i legali denunciati e il lupo della favola di Fedro

Dagli eroici assistenti sociali degli anni Settanta, quelli abituati alla strada e alla redenzione, siamo arrivati al tempo della fotocopiatrice: l’editoriale del direttore
PALMOLI. Di fronte alla notizia incredibile dell’assistente sociale che denuncia gli avvocati della famiglia del bosco, ho pensato che questa storia folle è iniziata nel segno di Veruska e (se mai finirà) finirà nel segno di Veruska. Ovvero della dottoressa Veruska D’Angelo, la donna che in teoria dovrebbe assistere e aiutare la famiglia Trevaillon, e che per ora è riuscita solo in un’impresa, quella di dividerla: Veruska che protesta perché, il giorno dello sfratto coatto di mamma Catherine, l’avvocato Marco Femminella ha battuto un pugno sul tavolo e si è disperato per la cacciata della donna australiana dalla casa famiglia di Vasto, mentre la collega Danila Solinas gridava: “Vergogna”.
Veruska sembra il lupo della favola di Fedro, Lupus et Agnus: quello che beveva alla sorgente, e accusava l’agnello che stava a valle di rendergli torbida l’acqua. Lei cacciava la madre, e quella notte era lì per assicurarsi che fosse mandata via, tuttavia si sentiva perseguitata dalla donna. Il primo punto è che è stata Veruska, con i suoi rapporti scritti, a determinare la sospensione della responsabilità genitoriale al padre e alla madre della famiglia Trevaillon. Ed è sempre lei che ha omesso di accludere (pur avendola ricevuta) la certificazione di regolare scolarità della bimba più grande nella sua relazione per il tribunale, in vista dell’ordinanza.
Veruska sembra ignorare da mesi che il suo secondo argomento contro la famiglia, la mancanza di un alloggio sicuro, è stato superato prima dello scorso Natale da una generosa offerta in comodato di una bellissima casa, Veruska sembra essersi scordata anche che i bambini del bosco hanno fatto tutte le vaccinazioni (e il richiamo, dentro la casa). Veruska, forse inconsapevolmente, ha apposto la sua firma in questa storia, raccontando lei stessa (in un’altra relazione) della propria rabbia e del proprio disappunto per il fatto che Catherine avesse osato tenerle testa, il giorno in cui lei si era presentata davanti alla casetta di Palmoli accompagnata dai carabinieri. La scandalizzava – e ha scritto persino questo! – che la madre non la facesse entrare in casa senza che fosse lì il suo avvocato (il che, ovviamente, è un diritto).
E quando alla fine era riuscita a entrare, Veruska aveva raccontato, indignata, che la madre le impediva di restare sola con i suoi figli. Veruska probabilmente ignora che anche qualche milione di italiani si sarebbero comportati allo stesso modo, con un assistente sociale che cerca di parlare con i tuoi figli, in casa tua, senza che tu lo possa sentire.
Veruska ha poi firmato anche le relazioni più recenti che hanno dipinto Catherine come una squilibrata acida e vendicativa, una donna ferita e irriducibile, una fanatica che manipolava i suoi figli dentro la casa famiglia contro gli educatori e la tutrice. Fino a che c’era la madre che lei non ama, Veruska ha raccontato i bambini Trevaillon come instabili, nervosi e talvolta persino violenti. Adesso che la madre che lei non ama non c’è più, dice che i bambini si comportano benissimo, che sono sereni e tranquilli.
Veruska ha ovviamente condiviso, se non suggerito, la scelta di allontanare la madre (e anche i bambini) dalla struttura di Vasto. Ma subito dopo la cacciata di Cathrine ha intavolato una trattativa con il padre, Nathan, perché restassero dove sono. Come se fosse normale – nell’arbitrio incredibile di questa vicenda – che un’ordinanza si applichi a metà: dovevano essere trasferiti sia la madre che i bambini. Ma, alla fine, la madre è stata mandata via e i bambini sono rimasti.
Fra le altre cose che Veruska non ama, come abbiamo capito, ci sono gli avvocati, e così ha intavolato un incontro “segreto” con Nathan (lo hanno rivelato i nostri Gianluca Lettieri e Daniele Cristofani) a patto che nessuno dei due legali della famiglia fosse presente. Una richiesta ai limiti della legalità (eufemismo), che tuttavia è stata accettata. Come non del tutto regolare era stata l’audizione dei bambini in tribunale senza che un interprete inglese fosse presente, costringendo la madre a tradurre per loro.
Veruska è un tipo da “la legge sono io”. E dopo che le sue scelte sono diventate impopolari, in Abruzzo e fuori, ha avuto la bella pensata di uscire dalla casa intabarrata come una mummia, e sdraiata sul sedile posteriore della macchina del marito, avvolta in un piumino e sdraiata, pur di non farsi fotografare. Veruska è l’immagine perfetta di una catena di trasmissione che in Italia ha fatto esplodere un nuovo problema sociale: l’assistente scrive una relazione, la responsabile della casa famiglia scrive una relazione dello stesso tenore, la tutrice aggiunge anche il suo rapporto, la perita del tribunale fa una perizia che riprende le stesse argomentazioni, e infine i giudici – che non sono mai stati sul posto – scrivono un’ordinanza che riprende le stesse argomentazioni dell’assistente sociale, della responsabile della casa famiglia, della tutrice e dei periti.
Dagli eroici assistenti sociali degli anni Settanta, quelli abituati alla strada e alla redenzione, siamo arrivati al tempo della fotocopiatrice. Sarebbe interessante se Veruska, oltre a scrivere tutte queste belle cose, avesse letto le parole del più stimato esperto di psicanalisi dell’infanzia italiano, Massimo Ammaniti. Dice Ammaniti che la separazione traumatica provata dai piccoli Trevaillon è un trauma che non si supererà mai. Questo per chiarire che – per fortuna – esiste ancora una grande differenza tra gli effetti delle fotocopiatrici e il lavoro dei terapeuti. Forse è questa certezza che ha fatto soffrire gli avvocati Femminella e Solinas.
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