Comunicato Stampa: Meravigliosamente fragile: la poesia della vulnerabilità che insegna a toccare il mondo con cura

29 Agosto 2025


Con "Meravigliosamente fragile" Riccardo Mattis firma un esordio poetico che sceglie la vulnerabilità come postura del vedere: non una resa, ma la precisa decisione di abitare l’intermittenza dei sentimenti e il loro tremore. Il giovanissimo autore affida alla sua prima raccolta in versi un lessico sorvegliato e intensamente figurativo, capace di trasformare il paesaggio naturale in mappa emotiva. 
Il volume, edito dal Gruppo Albatros Il Filo , si presenta come un piccolo atlante dell’innamoramento e della perdita, un manifesto di poetica della lettura che non chiede un pubblico compiacente, bensì interlocutori pronti a varcare la soglia della confessione e a riconoscersi in un alfabeto condiviso. 
L’architettura interna procede per onde: euforia dell’incontro, dilatazione sensoriale, ferita, tentativi di cura, memoria come seconda luce. Lo confermano i titoli che compongono l’indice, da “Vediamoci”, “Estasi” e “La prima” fino a “Sono un mondo fragile”, quasi a suggerire una progressione che somiglia a un respiro : inspiro di stupore, espiro di mancanza, poi di nuovo aria. Il filo è l’amore, tematizzato in una grammatica di oggetti semplici e quotidiani, in cui gli elementi diventano nervature del sentire. 
La poesia “Tu come la pioggia” mette a fuoco l’equilibrio delicato fra presenza e assenza: l’amata che “non devasta” ma crea e nutre, e che, quando si allontana, lascia una “siccità” tanto più dolorosa perché misurata sul ricordo della fertilità. È una metafora semplice e diretta, efficace proprio per il suo rifiuto dell’enfasi. L’acqua, in queste pagine, non è mai solo scenario: è condizione meteorologica dell’anima. 
“Amore matematico” , invece, sceglie di intrecciare linguaggi , perché trasforma l’aritmetica in un catalogo di azioni affettive: moltiplicare, aggiungere, sottrarre, annullare, elevare. Il sentimento si fa operatore che trasforma il reale, una funzione che, nella mente e nel corpo, riordina il quotidiano. La poesia funziona perché sposta nella logica rigorosa dei segni ciò che per sua natura sfugge alla conta. 
E poi c’è “Il volo dell’arte” , che rifiuta l’educazione al “quotidiano” privo di rischio e invoca uno sguardo retrospettivo come antidoto al grigiore. Il testo è quasi un piccolo manifesto: “leggetevi dentro, studiatevi, parafrasate il vostro amore, volate alto”. L’arte non come fuga, ma come verticalità necessaria, l’unica che consenta di tornare al mondo senza farsene schiacciare. 
“Con una rosa” condensa un altro tratto distintivo di Mattis: la spinta metaforica che oltrepassa l’ornamento per farsi struttura del pensiero. “Sei un’opera d’arte la cui cornice è il mondo”: qui la dichiarazione amorosa coincide con una riflessione estetica, perché è l’amata ciò che definisce lo sfondo, non viceversa. È un rovesciamento gentile che restituisce alla poesia la sua funzione primitiva: dirci di cosa sono fatte le gerarchie dello sguardo. 
Altrove, l’io poetico affila la domanda come strumento conoscitivo . In “Non ci finiremo mai?” la paura della fine interroga l’idea stessa di eternità, facendone una questione non retorica, ma etica: quanto può durare ciò che è per definizione fragile? In questa soglia la lingua si fa più nuda, sospende l’immagine e lascia parlare la cassa armonica del tempo. 
La materia naturale è fortemente presente nella poetica di Mattis, basti leggere il trittico “Giallo d’estate”, “Estate artistica”, “Un’estate fa”. Sole e polvere, prati e fossi asciutti, digestivi di luce e mele per merenda: la memoria si fa geografia emotiva in cui i dettagli più quotidiani diventano reperti vivi e immortali. 
Quando l’onda si ritira, il libro cambia peso specifico. “Sono un mondo fragile” convoca il tramonto che “annega” e la notte che “isola”: l’immagine naturalistica si fa prova di resistenza, non senza un principio di consolazione nel poter nominare il crollo. È lo stesso territorio in cui il corpo ritorna a essere superficie di scrittura e in cui l’olfatto diventa detonatore del ricordo. Qui Mattis tocca uno dei nuclei più convincenti della silloge: l’ educazione al contatto come apprendimento tardivo ma irrevocabile (si veda “Ho scoperto un sacco”). 
Non manca un’ increspatura “civile” : in testi come “Umani inumani” o in lampi come “Alzheimer” e “Realtà” affiora la critica a un presente sbrigativo, che dimentica troppo in fretta e riduce l’umano a utilità. Brevi colpi di luce, che cambiano la temperatura del libro senza farne un pamphlet. 
Una sezione particolarmente felice è quella che potremmo chiamare “pedagogia dell’abbraccio” : “Lezioni di abbracci”, “Toccami con cura”, “Cuore ritrovato”. La trama affettiva si fa corporeità buona, il contatto non è possesso ma cura, il gesto si educa e, educandosi, insegna. È un modo non banale di dire desiderio: non abbracciare per trattenere, ma per dare senso al confine. 
La tenuta stilistica del libro poggia su tre scelte nette. La prima è una dizione limpida, poco incline all’iperbole, che preferisce all’aggettivo brillante una figura elementare ben posta. La seconda è l’uso sorvegliato della domanda retorica, sempre funzionale all’indagine, la terza è la coerenza iconica che non si limita a ricorrere, ma si accumula in un sistema di equivalenze: ogni ritorno porta un senso in più, come se le immagini si caricassero progressivamente di memoria. 
“Meravigliosamente fragile” non è un libro “sulla giovinezza”, ma un libro che argomenta la giovinezza come forza di sguardo. L’io che parla non teme il registro “alto” accanto a quello teneramente quotidiano: è in questo intercalare che la silloge trova la sua verità, una grazia meno ingenua di quanto appaia, perché consapevole del rischio di semplificare e, proprio per questo, attenta a restare concreta. 
Fragile, nell’opera d’esordio di Riccardo Mattis, è il nome di una postura del mondo: non una resa, ma la scelta di accogliere l’imprevedibile senza difese inutili. In questa raccolta la fragilità diventa una lente che mette a fuoco ciò che di solito sfugge: il sospiro dopo l’euforia, il vuoto lasciato da un gesto, l’odore dell’estate che resta sulle mani. Lo sguardo della giovinezza, qui, non è un’età anagrafica ma un modo di stare davanti alle cose, con la prontezza di chi non ha ancora smesso di stupirsi e la disciplina di chi impara a nominare ciò che prova. 
La vulnerabilità apre uno spazio di ascolto: insegna a toccare con cura, ad abitare i confini senza serrarli, a riconoscere la dignità del tremore. Così la giovinezza non appare ingenua, bensì capace di una misura nuova , dove la verticalità dell’arte e la concretezza dei giorni dialogano senza smentirsi. La meraviglia è l’effetto di questo dialogo: non salva dal dolore, ma gli dà un contorno, una temperatura, una lingua. In fondo, il percorso del libro sembra suggerire che diventare adulti non significhi indurirsi, bensì imparare a restare porosi, a custodire quella porzione di stupore che protegge dall’abitudine e dall’indifferenza. La fragilità, allora, non è il contrario della forza: è la sua condizione preliminare, la prova che l’amore sa ancora cambiare i colori delle cose e che la memoria può farsi luogo di cura. 
Alla fine, resta l’immagine che dà titolo al libro: la meraviglia non nonostante la fragilità, ma nella fragilità. “C’è bisogno di qualcuno così fragile da meravigliarsi ancora” , si legge nei versi: una tesi morale prima che estetica, che riassume il gesto di Mattis e ne spiega la tenuta. È qui che la poesia accetta il compito più difficile: trattenere, per quanto è possibile, tempo e amore con il solo strumento della parola. Non per farli durare, ma per imparare a riconoscerli quando tornano. 
 

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