Suo il monumento antiabortista al cimitero 

A dicembre 1991 la città alla ribalta nazionale: anche il regista Zeffirelli alla contestata inaugurazione

L’AQUILA. Padre Andrea D’Ascanio e la sua Armata bianca a fine dicembre 1991 finirono sui giornali di tutta Italia. Chi scrive ha un ricordo indelebile di quell’episodio passato alla storia come la inaugurazione del “Monumento ai bimbi non nati” nel cimitero dell’Aquila dove, dal 1988 (anche se in pochi lo sapevano) c’era uno spazio riservato alla sepoltura dei feti. Quell’iniziativa fu definita anche “crociata antiabortista”. Tutto partì nel pomeriggio del 23 dicembre 1991. Nella redazione aquilana del Centro, in via XX Settembre, c’era già quell’aria “natalizia” che spingeva a “chiudere” presto le pagine per andare a casa a godersi le festività. Nella cassettina della posta trovai una brochure che annunciava per il 28 dicembre l’inaugurazione del “Monumento ai bimbi non nati”. Sembrava una manifestazione come tante altre del periodo natalizio. Provammo ad approfondire e vennero fuori dettagli che nei giorni successivi si rivelarono fonte di lunga e aspra polemica.
Il 28 dicembre, alla cerimonia nel cimitero, organizzata dall’Armata bianca, sotto i riflettori di stampa e tv, parteciparono l’allora sindaco dell’Aquila Enzo Lombardi (Dc), l’arcivescovo Mario Peressin (uno degli “sponsor” principali di padre Andrea D’Ascanio) il parlamentare e leader del Movimento per la Vita Carlo Casini e il regista di fama mondiale Franco Zeffirelli. Peressin fece una intemerata contro la legge 190 sull’aborto e disse fra l’altro: «Mi dicono che quella sull’aborto è una legge dello Stato. Io dico che è una legge sbagliata». Zeffirelli, riferendosi allo spazio dove venivano sepolti i feti, lo paragonò a un “lager”. Le polemiche scoppiarono immediatamente. Il mondo laico reagì e nel mirino finì soprattutto la frase che era stata apposta sul monumento: “50 milioni di bimbi ogni anno vengono uccisi dall’aborto”. La giunta comunale, il 3 gennaio 1992, dovette votare una delibera per ordinare che la scritta fosse cancellata, cosa che fu fatta da un operaio comunale qualche giorno dopo, l’8 gennaio “sotto lo sguardo del vicesindaco e dell’assessore delegato alla cura dei cimiteri e alla presenza di giornalisti e di fotografi”, raccontano le cronache dell’epoca. La vicenda, però, non finì lì. Un legale aquilano fece ricorso al Tar che, con sentenza di più di due anni dopo, diede ragione all’Armata bianca e annullò la delibera di giunta che ordinava la cancellazione della scritta. Il Centro rivelò che negli uffici cimiteriali c’era pure una lista dei feti sepolti e si disse che, per identificarli, veniva annotato il nome della madre. La cosa infiammò ancora di più il clima, tanto che all’inizio di febbraio del 1992 ci fu la “Marcia sull’Aquila” organizzata da movimenti femministi (ma non solo) alla quale presero parte migliaia di persone. Tra l’altro a scagliarsi contro il “Monumento” fu pure la parlamentare aquilana Elena Marinucci, che all’epoca era sottosegretario alla Sanità nel governo guidato da Giulio Andreotti. Marinucci parlò di una «macabra scena allestita offendendo la dignità di tante donne che hanno profondamente sofferto». La polemica pian piano si spense, anche se non mancarono altri episodi che provarono a rinfocolarla. Il “Monumento ai bimbi non nati” è comunque rimasto dove lo aveva fatto posizionare l’Armata bianca di padre Andrea D’Ascanio.(g.p.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA .