Droga e cellulari nel carcere di Pescara. Affare svelato con le telecamere

Scoperti i lanci dei pacchetti oltre il muraglione di cinta: sotto accusa, i detenuti e i parenti
PESCARA.
La cocaina nascosta dentro le palline da tennis, l’hashish lanciato all’interno di un pallone di gomma, tipo il Super Santos con cui giocano i bambini al mare. Così la droga riusciva facilmente ad entrare nel carcere San Donato di Pescara, oltrepassando quel muro di cinta noto per essere uno dei più bassi d’Italia. Ma la droga nella struttura penitenziaria, in cui si denuncia continuamente la carenza di personale, poteva arrivare nelle celle anche durante i colloqui tra detenuti e familiari.
PER CONTINUARE A LEGGERE CLICCA QUI E ACQUISTA LA TUA COPIA DIGITALE
OPPURE SUL CENTRO IN EDICOLA
TUTTI I NOMI Un’organizzazione criminale che da fuori e dentro il carcere riusciva a rifornire le piazze con enormi quantitativi di droga e impartire ordini anche ai gregari all’esterno. È il caso di Kevi Kereci, a capo del fronte albanese, indicato nelle carte dell’inchiesta coordinata dal pm Gennaro Varone come «il principale per l’approvvigionamento e la distribuzione della droga tra i detenuti albanesi ma anche italiani». Kereci, in grado di smuovere anche somme superiori a 100mila euro, è definito come «un criminale di primo piano con contatti con la criminalità sia balcanica che italiana». Alcuni detenuti erano riusciti anche ad accumulare con lui debiti importanti tanto da essere minacciati di ritorsioni anche esterne al carcere e quindi contro i familiari. Nel giro ci sono anche foggiani, nordafricani e malavitosi locali.
La maggior parte di loro la scorsa settimana aveva scelto la strada del silenzio durante gli interrogatori davanti al gip Mariacarla Sacco. Su richiesta del pm Varone, ieri, sono scattati gli arresti per 16 di loro (13 già detenuti), alcuni già trasferiti nelle carceri di Rieti, Frosinone, Civitavecchia e Siena. In arresto anche Alessandro Sambuco attorno a cui gravita il gruppo dei “romani”, Salvatore La Penna, definito come un «soggetto carismatico e dominante già sottoposto a indagini presso altri istituti penitenziari».
Nei guai anche Leonardo Di Rita, Kledi Cipriano, Valentino Spinelli, Massimo Naccarella, Kempes Insolia, Mario Zaccardi, Roberto Martelli, Mario Morelli, Cristoforo Spinelli, Gianluca Di Marzio, Armand Sallja, Renato Shaipi, Domenico Falone. Arresti domiciliari per due: Cinzia D’Ugo, «esperta nel confezionamento dello stupefacente da introdurre», e Arjol Koci. Alex Di Blasio, invece, è stato rintracciato in Germania, paese dove era andato per motivi lavorativi dopo la scarcerazione: per lui, invece, è scattato il divieto di dimora nel Comune di Pescara. Rigettate le richieste, invece, per Samuele Giannetti e Chiara Febo.
L’ARRIVO DELLA DROGA Se dalle microspie gli inquirenti hanno ascoltato e ricostruito affari e piani criminali, le telecamere hanno immortalato e incastrato l’arrivo dei pacchetti in carcere. Sono le 15.40 di un giorno d’estate quando un uomo con indosso una maglia bianca lancia un pacchetto che oltrepassa il muro di cinta di via Alento. Ad aspettare la consegna un detenuto che si china a raccogliere dall’area esterna il pacchetto e lo nasconde subito nella tasca dei pantaloni. Ma la droga arrivava nei modi più disparati, eludendo la sorveglianza. La penitenziaria comunque riusciva a mettere a segno qualche sequestro, come quando era arrivata la madre di un detenuto con le stampelle: una ricostruzione resa possibile soltanto grazie all’ascolto degli ambientali che annunciavano quella visita con tanto di spiegazione. Due degli indagati avevano raccomandano a un altro detenuto che il corriere avrebbe dovuto simulare di camminare con le stampelle per evitare di pesare con i talloni sui telefoni occultati nelle scarpe e usare la carta carbone per isolare i cellulari al controllo elettronico. E poi ci sono i trasporti di droga nascosti nelle parti intime delle donne e in quelle degli uomini visitatori, o nelle merendine perfettamente confezionate, o sotto la maglietta di una parente dove era stato celato un dito di guanto in lattice dove era contenuta sostanza da taglio. Più ingegnoso il metodo architettato sempre dalla madre di un detenuto che aveva nascosto delle dosi nello spezzatino di carne.
LE FOTO SUI SOCIAL Molti dei detenuti gestivano anche profili social attivi su Instagram, Tik Tok e Facebook, dai quali pubblicano foto scattate all’interno delle celle “live” e usavano app di messaggistica. Immagini che non solo testimoniavano la presenza dei cellulari, ma rappresentavano anche una forma di esibizione del potere criminale, con finalità intimidatorie nei confronti dell’esterno e di irrisione dell’autorità dello Stato. Per gli inquirenti, i detenuti così erano «in grado di comunicare con l’esterno su linea dati (e non fonia) così da eludere ogni possibilità di intercettazione telefonica». «In sistema criminale consolidato, caratterizzato anche da una marcata ostentazione della propria capacità di eludere i controlli», conclude Ranalletta, «il sodalizio è stato smantellato, ma l’attività investigativa prosegue».

