Pescara

Oppioidi oltre i limiti a un malato. Medici assolti: il paziente era incurabile

5 Febbraio 2026

Pescara. I professionisti avrebbero prescritto 35.102 compresse di Fentanyl in 20 mesi. Per il giudice il fatto non costituisce reato: hanno fatto il possibile per alleviare dolori insopportabili

PESCARA. Due medici di medicina generale (moglie e marito) convenzionati con la Asl di Pescara vengono travolti da un’inchiesta anche piuttosto grave per la professione che esercitano: accusati di violazione delle norme sullo spaccio di droghe e falso. Spaccio inteso però come prescrizioni (a un assistito molto grave) per uso non terapeutico di un medicinale in particolare: il Vellofent, contenente il principio attivo “fentanyl” inserito nella tabella delle droghe. «Nel periodo compreso tra il mese di maggio 2021 e gennaio 2023», si legge nell'imputazione stilata dal procuratore Giuseppe Bellelli, la dottoressa avrebbe prescritto «35.102 compresse da 267 microgrammi di oppioide sintetico “Fentanyl”, in numero e quantità incompatibili con i limiti indicati nella scheda tecnica del farmaco e con finalità terapeutiche dello stesso, e in assenza di valutazione specialistica».

Il caso è finito all’attenzione del gup Mariacarla Sacco che, su richiesta dei difensori, gli avvocati Ugo Milia e Riccardo Crocetta, ha giudicato i due medici con il rito abbreviato arrivando alla loro assoluzione. Una tesi difensiva, costruita dai due legali, che ha trovato riscontro nell’analisi del giudice: la dottoressa è stata assolta “perché il fatto non costituisce reato”; il marito non punibile per lieve tenuità del fatto (lui rispondeva anche di falso). Quest’ultimo avrebbe stilato, utilizzando il ricettario della moglie, quattro ricette in favore dello stesso assistito, utilizzando il timbro della collega e apponendo la firma di quest’ultima. Ma il problema è molto più delicato e, nella sua sentenza, il giudice lo spiega in maniera chiara, partendo da un punto centrale: quel paziente era un malato oncologico, con un tumore al sangue che gli procurava indicibili dolori.

E agli inquirenti lo stesso paziente diede una spiegazione plausibile: «Non ero più in grado di camminare e supplicavo la dottoressa di farmi una nuova prescrizione perché i dolori erano lancinanti, rimanevo sveglio per giorni interi ed ero allo stremo delle forze, il dolore era insopportabile; la dottoressa, nonostante mi ammonisse del fatto che questi medicinali erano forti e mi invitasse a consultare le controindicazioni che avevano, in maniera compassionevole me li prescriveva per consentirmi di alleviare i dolori e riuscire a riposare». Il giudice Sacco ha dunque fatto una attenta valutazione della situazione, evidenziando in sentenza tutto quello che l’imputata aveva fatto per far sì che al suo assistito venisse cambiata la terapia.

«È emerso con tutta evidenza», scrive il gup, «che il periodo storico in cui la vicenda si è consumata, da maggio 2021 a gennaio 2023, è il periodo in cui si è diffuso il Covid e che l’imputata, in qualità di medico di base aveva invitato più volte il suo assistito a farsi modificare la terapia antidolorifica prescritta dal Centro Cure Palliative». Il giudice aggiunge che «analizzando il comportamento dell’imputata, potremmo rilevare un comportamento colposo, deontologicamente imprudente, negligente, al più imperito, ma, sulla base di quanto è emerso dal risultato delle indagini e dalle dichiarazioni del paziente, non si ravvisa nella condotta dell’imputata il dolo richiesto per integrare la condotta contestata».

In sentenza vengono riportate le dichiarazioni della responsabile della Terapia del Dolore della Asl che aveva detto come il paziente aveva iniziato, per contrastare lo stato di dipendenza, terapia a scalare con metadone unitamente a colloqui psicoterapeutici; il dirigente medico di Ematologia clinica che aveva confermato che il paziente era seguito dal 2018 e sottoposto a trapianto autologo e terapia di prima linea. Il paziente aveva peraltro seguito il consiglio dell'imputata e si era recato al Centro Cure Palliative «ove era stato liquidato», scrive il giudice, «in modo superficiale e con poche parole, delegando la gestione della terapia antidolorifica farmacologica al medico di base». E sempre su suggerimento dell’imputata si era recato al Sert che lo aveva invitato a tornare al Centro Cure Palliative.

Insomma, il medico di base aveva fatto tutto il possibile per trovare una soluzione per quel suo assistito che continuava ad avere dolori insopportabili. La vicenda nacque dalla segnalazione fatta ai carabinieri del Nas dalla farmacia territoriale della Asl. Nel corso di controlli routinari era emerso che l’imputata aveva prescritto numerosissime confezioni di Vellofent al suo assistito, «determinando la più alta spesa lorda farmaceutica (oltre 51mila euro), nonostante avesse un numero di assistiti relativamente basso». Ma la gravissima condizione di quel paziente è stata ricostruita con meticolosità dal giudice e dai difensori, permettendo di giungere alla sentenza di assoluzione.

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