PESCARA

Giordano Bruno Guerri: «D’Annunzio era più moderno di noi e amava la poesia»

13 Marzo 2026

Lo storico in libreria con una raccolta di versi scelti del Vate. Quando voleva vantarsi diceva: “Ho scritto l’Alcyone”

PESCARA.

«La modernità di D’Annunzio? Gliela spiego con Modugno, Dante e Vasco Rossi». Giordano Bruno Guerri ha raccontato il Vate come nessun altro storico, biografo, critico letterario. Non solo: ne ha riabilitato la figura di intellettuale, di uomo virtuoso nell’Italia borghese, provinciale, di genio sfrenato fuori dalla dimensione del pensatore “fascista” in cui era costretto - destino condiviso con i futuristi - nell’eterna dialettica tra destra e sinistra ancora imbevuta di linguaggi e polarizzazioni del Novecento. Ma D’Annunzio era già oltre...

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: la sua modernità nei costumi, nella politica, nella visione del mondo, nell’erotismo, perfino nel rapporto con i consumi, ce lo rende contemporaneo. Lo è stato nella letteratura, sconvolgendo il mercato editoriale con un romanzo - Il Piacere - in un’Italia in cui il romanzo non era ancora l’ariete con cui sfondare le porte del successo (e divenne, invece, un caso internazionale lodato dalle autorità letterarie del tempo). E lo è stato nella poesia, per meriti che Eugenio Montale non tardò a riconoscergli e che sconvolgono - Guerri lo spiega bene in questa intervista - perfino la canzone popolare. Dento c’è tutto: il suo vitalismo, lo slancio eroico, il genio sregolato, poliedrico, l’innovatore. Guerri ce lo ha restituito in una nuova raccolta (appena uscita) di testi scelti, Dolci le mie parole (Crocetti), con le più belle poesie del Vate in una selezione che dalle prove iniziali di Primo vere attraversa il Canto novo e le Elegie romane, trova l’apice dell’Alcyone, si chiude con i versi struggendi di Qui giacciono i miei cani. Proprio a quest’ultimo componimento, Guerri ha dedicato una lapide in marmo rosa, posta nel giardino del Vittoriale degli Italiani - dove D’Annunzio visse e morì e di cui oggi Guerri è presidente - lì dove il poeta la abbozzò. L’immagine è struggente.

Guerri, partiamo dalla fine. Ogni uomo seppellito è il cane del suo nulla.

«Sono versi definitivi, in cui mi ritrovo».

D’Annunzio li scrive il 31 ottobre 1935, tre anni dopo morì

«Prima un passo in dietro al 1986».

Prego.

«Scriveva: “Canta l’immensa gioia di vivere / d’essere forte, d’essere giovine / di mordere i frutti terrestri / con saldi e bianchi denti voraci”».

Allora D’Annunzio aveva 33 anni.

«In realtà la poesia è perfino precedente, pubblicata in un secondo momento. Ma arrivo al punto».

Eravamo al cane del suo nulla.

«Quarant’anni dopo quei versi che ho citato, D’Annunzio passeggia da solo per il Vittoriale. In mano ha un vecchio Salgari per ragazzi, un libro d’avventura della sua infanzia ripescato da qualche biblioteca».

Lei dice, nel volume, che a quel punto si trova davanti al rumore del nulla.

«Guarda in faccia la morte, divinità ben più potente di quel Pan vitalistico a cui normalmente lo colleghiamo».

Difatti, nella sua passeggiata al Vittoriale, si imbatte nel cimitero degli inutili miei cani.

«Capisce il suo destino tragico, gli vengono in mente dei versi, li annota frettolosamente a matita sulle pagine di quel vecchio libro. Parole che sono un lampo, arrivate a noi con il minimo delle correzioni».

Oggi una lapide in marmo le ricorda lì dove le ha scritte.

«Una scelta che ha colpito molto i visitatori del Vittoriale. Ne sono felice».

Restiamo lì. Nella “Stanza della Leda”, la camera da letto di D’Annunzio, le travi sul soffitto riportano i versi di Dante.

«Non solo, tutto il Vittoriale è visitato da ritratti dell’Alighieri, dai manoscritti più pregiati della Commedia».

Fino ai versi A Dante che lei nel suo volume riporta.

«D’Annunzio ebbe l’ardire di affermare: “La poesia italiana comincia con duecento versi di Dante e dopo un lungo intervallo continua in me».

Il solito modesto.

«Ha saltato giusto qualche nome: Torquato Ttasso, Ludovico Ariosto, Giacomo Leopardi… (ride, ndr)».

Ci faccia entrare nella psicologia di D’Annunzio: era solo una provocazione?

«L’amore smodato per Dante era sincero: lo studiava continuamente, lo citava fino all’inverosimile. Lo considerava alla stregua di un parente, un suo simile. A proposito di Vittoriale, ce n’è una anche per questo...».

Che intende?

«Nella Stanza del Mappamondo che precede la Zambracca dove morì, D’Annunzio volle i ritratti di quelli che considerava i suoi simili».

Non ci deluda.

«Sono tre: Dante, Michelangelo, Napoleone».

Eppure quell’immagine finale, così fragile, lo contraddice.

«Perché dietro il poeta c’è sempre l’uomo, per quanto straordinario e fuori dal comune».

Allora questo volume in versi, per uno come lei che D’Annunzio lo ha studiato da cima a fondo, era la sfumatura mancante.

«Ho rimandato per anni questo lavoro. Una scelta, sì, sofferta e continuamente rimandata».

Perché?

«È la sua parte più intima, quella che lo racconta in modo più denso. Se non si fida di me, può credere a lui quando diceva: “Darei tutto L’Alcyone per cinque minuti di giovinezza”. Se c’era da vantarsi - e c’era da vantarsi - diceva che era “quello che ha scritto L’Alcyone”. Non Il Piacere, non il Notturno».

E lei, che con D’Annunzio ci parla, ha avuto timore di metterci mano?

«Molto, per me era tremendamente difficile avvicinarmi con giudizio ad un opera così».

Alla fine, però, ce l’ha fatta.

«Ho aggirato il problema scegliendo le poesie che più mi piacevano».

Ce ne dica una su tutte.

«Troppo facile: La pioggia nel pineto».

Prendiamola per un secondo: perché è grandiosa?

«C’è tutto D’Annunzio: la straordinaria ricerca linguistica, la padronanza magistrale del vocabolario, un ritmo assoluto, è musica».

Con uno sfoggio di parole rare che ne aumenta il mistero.

«Lui lo diceva con una battuta: a trent’anni scrisse che un italiano medio usa tremila parole, ma lui ne aveva già usate 15mila (ride, ndr). Ma pensi: ho una storia divertentissima su questo!».

Prego.

«Era il 2024. La scena: Vittoriale, palco e platea da 2mila persone. L’ospite d’onore è... Vasco Rossi».

Vasco Rossi?

«Proprio lui, peraltro un attento lettore. Ritira un premio e poi legge La pioggia nel pineto. Tutti in silenzio, a un certo punto lui si ferma: “Ma questa... che significa?!”. E tutti giù a ridere».

Allora la modernità di D’Annunzio è questa: dai discorsi di Fiume a Vasco Rossi senza mai sembrare invecchiato di un giorno.

«Per me è la cosa più importante: indicare le mille strade che ha aperto: nella moda, nel costume, nel linguaggio, nella politica, nella musica. Per esempio, quando apparve a Domenico Modugno...».

Modugno? Quello di Nel blu dipinto di blu?

«Proprio lui. Era il 1958, a Pittsburgh negli Stati Uniti».

La città in cui morì Eleonora Duse, grande amore di D’Annunzio.

«La prima grande diva, sì. Modugno era in tournée in America. Alla stazione di Pittsburgh vide due fidanzati che si salutavano con un abbraccio. Intanto, il diluvio».

Eccola, l’apparizione!

«Modugno prende carta e penna e annota velocemente, come D’Annunzio al cimitero dei cani: Vorrei trovare parole nuove / ma piove, piove sul nostro amor. Non le ho detto che il 1958 era il cenentario dalla nascita della Duse. Per fortuna che quel giorno il più grande cantautore italiano dell’epoca passava di lì».