Il Comune chiede ai balneatori tasse arretrate per 800 mila euro

Gli stabilimenti contestano il pagamento del suolo pubblico sulla riviera, ma il tribunale gli dà torto Sono già partite le ingiunzioni e gli operatori presentano ricorso alla Corte d’Appello

PESCARA. Non bastava la Bolkestein che rimette sul mercato tutte le concessioni demaniali entro cinque anni. Per i balneatori di Pescara è in arrivo un’altra batosta. L’Aipa, l’agenzia di riscossione del Comune, sta inviando in questi giorni delle ingiunzioni agli stabilimenti della riviera nord per richiedere il pagamento immediato del Canone di occupazione del suolo pubblico (Cosap) arretrato, cioè degli anni tra il 2003 e il 2009. Tasse che, in tutti questi anni, l’ente non ha provveduto a far pagare. Si tratta di versamenti per un totale di oltre 800mila euro e i balneatori hanno 15 giorni di tempo, dalla notifica dell’avviso, per mettersi in regola. Gli operatori hanno già contestano le richieste davanti al tribunale di Pescara e quasi tutti hanno perso la causa. Ora, ci riprovano con i ricorsi alla Corte d’Appello dell’Aquila.

Lo scontro. Il contenzioso tra il Comune e i balneatori della riviera nord va avanti da anni. Riguarda l’occupazione dei marciapiedi del lungomare con tavoli, sedie, gazebo e tende. L’ente è convinto che i titolari degli stabilimenti debbano pagare la tassa per l’occupazione del suolo pubblico. Ma gli operatori si rifiutano, perché sostengono di aver già pagato per l’occupazione del suolo il canone demaniale, la cui spesa è decisamente più bassa rispetto alla Cosap, essendo il marciapiedi costruito su area demaniale. Insomma, viene contestata la doppia imposizione fiscale.

Le sentenze. Per questo motivo, i balneatori hanno respinto tutte le richieste di pagamento inviate dal Comune, prima tramite Tributi Italia e poi con l’Aipa, e hanno presentato ricorso al tribunale di Pescara. Ma i giudici hanno dato, in quasi tutti i casi, ragione al Comune. «Province e Comuni», si legge in una sentenza del tribunale di Pescara emessa il 2 febbraio scorso sulla base di un ricorso di un noto stabilimento della riviera nord, «possono prevedere che l’occupazione di strade e aree appartenenti al proprio demanio o patrimonio indisponibile sia assoggettata al pagamento di un canone da parte del titolare della concessione. Canone che può essere anche previsto per l’occupazione di aree private soggette a servitù di pubblico passaggio».

«Dunque», hanno chiarito i giudici, «non solo le aree di proprietà dell’ente competente a richiedere il canone e quelle soggette a servitù di pubblico passaggio, sono soggette a Cosap, ma anche le strade che, a prescindere dalla loro appartenenza si trovano all’interno di centri abitati con popolazione superiore a diecimila abitanti. Ai fini dell’applicazione del Cosap, a rilevare è, non il profilo della proprietà, quanto quello dell’uso pubblico del bene». «Ne consegue», hanno concluso i giudici, respingendo i ricorsi dei balneatori, «che il lungomare di Pescara, strada sicuramente urbana da qualificare, per l’esattezza, strada urbana di quartiere, è soggetto alla normativa Cosap».

Arriva la stangata. L’Aipa, approfittando delle sentenze immediatamente esecutive, non ha perso tempo. Da alcune settimane sta inviando ai balneatori interessati solleciti bonari di pagamento per le annualità arretrate dal 2003 al 2009. «Con la presente nota», è scritto, si rammenta il debito esistente... pendente nei confronti del Comune di Pescara, di cui la scrivente è concessionaria della riscossione, a seguito dell’ingiunzione notificata a suo tempo, come confortata, nel merito e in diritto, dalle sentenze pronunciate dal tribunale». Le richieste di pagamento vanno da 4mila a 15mila euro per ogni annualità. Le cifre comprendono il Canone di occupazione del suolo pubblico, calcolato in base alle tariffe moltiplicate per i metri quadrati occupati, maggiorato con le sanzioni per ritardato versamento, la mora e gli interessi. Ci sono balneatori che devono versare oltre 100mila euro.

Partiti i ricorsi. Ma i titolari degli stabilimenti non si danno per vinti. Alcuni di loro hanno già presentato ricorso alla Corte d’Appello dell’Aquila per contestare le sentenze del tribunale di Pescara. Vengono contestati, in particolare, il rigetto di alcune eccezioni e la decisione, da parte dei giudici, di ritenere legittima la pretesa dell’ente per l’applicazione della Cosap.

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