Pescarese detenuto in Egitto, firmato l’atto per il rientro in Italia: «Ora basta ritardi»

22 Marzo 2026

Gli ultimi sviluppi sul caso di Giacomo Passeri. L’avvocato Antinucci: «Procedura inviata ai due ministeri». Il Consolato prova ad accelerare l’iter

PESCARA. Va avanti, seppur lentamente, l’iter che porterà al rientro in Italia di Luigi Giacomo Passeri, 32enne di Pescara arrestato in Egitto nell’agosto 2023 e condannato a 25 anni di carcere per traffico internazionale di sostanze stupefacenti. L’avvocato Mario Antinucci, che da alcuni mesi difende la famiglia del giovane, annuncia il superamento del primo scoglio di una procedura piuttosto complessa, ma garantita dalla legge del 7 febbraio 2013 (numero 14), che ha ratificato l’accordo bilaterale tra l’Italia e l’Egitto sul trasferimento di persone condannate. «Il Consolato, tramite il legale egiziano che segue il caso da vicino, si è recato in carcere proprio per acquisire la dichiarazione ufficiale del detenuto», riferisce Antinucci. «Giacomo Passeri ha manifestato chiaramente la sua volontà di continuare ad espiare la pena nel suo Paese. Questo messaggio, sottoscritto dal diretto interessato, è stato trasmesso sia al ministro della Giustizia egiziano che al ministro della Giustizia italiano. I tempi si sono inevitabilmente allungati, a causa dell’attuale crisi internazionale e per via del Ramadan, terminato da poco. La procedura, però, non dovrà subire ulteriori rallentamenti».

E in occasione della stessa visita del Consolato, sono state accertate anche le condizioni di salute del detenuto. «Fortunatamente Giacomo sta bene, le sue condizioni fisiche sono buone. Attende con trepidazione la notizia sull’effettivo rimpatrio», dice ancora Antinucci. L’altro passaggio chiave, che si aggiunge alla dichiarazione di intenti con la relativa firma della documentazione da parte del detenuto, è rappresentato dal pagamento delle ammende previste in base a delle verifiche che dovrebbero essere già in corso. Il tutto parte dall’istanza alla Corte d’Appello di Roma per il riconoscimento della sentenza dell’Autorità giudiziaria egiziana, depositata dall’avvocato Antinucci subito dopo la sentenza in Cassazione, che ha confermato la pesante condanna a 25 anni di carcere.

La famiglia del giovane non ha mai creduto all’ipotesi di reato formulata fin dall’inizio in Egitto e senza un reale confronto tra le parti. Secondo i fratelli, quando Giacomo è stato fermato dalla polizia egiziana il giorno prima del rientro in Italia «aveva con sé una modica quantità di marijuana». «Poi ci sono state le botte da parte degli agenti, che lo hanno fermato in albergo, il dolore alla pancia e il repentino intervento chirurgico per rimuovere l’appendice infiammata in condizioni critiche», ricorda Marco Antonio Passeri, che ha cercato di rimanere in contatto con il fratello attraverso lo scambio di lettere. All’inizio non è stato affatto facile, anche perché le informazioni che arrivavano dal carcere egiziano erano negative.

Ed è proprio sulla questione dei diritti umani e sulla possibilità (finora negata a Giacomo Passeri) di avere un processo equo, che si sta battendo l’avvocato Antinucci, il quale ha posto una condizione: il “mandato fiduciario”. «Giacomo Passeri non può firmare documenti o dichiarazione di intenti, come nel caso dell’ultima rilevante affermazione, senza avere il mio consenso. Dall’avvocato che segue il caso in Egitto sono tenuto a ricevere le informazioni necessarie per una piena conoscenza e trasparenza di ciò che accade al Cairo. Il detenuto può firmare documenti, solo se da me autorizzato».

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