L’opinione

Referendum, intervista a Cruciani: il No ha vinto grazie agli elettori delusi di Meloni.

31 Marzo 2026

L’analisi del voto del conduttore della Zanzara: «Il rimpasto non serve a nulla»

PESCARA

È d’accordo con chi dice che la nostra Costituzione è la più bella del mondo?

«Chi lo ha deciso? Per me è una boiata».

Cominciamo male.

«È una frase fatta. Parliamo di una legge scritta quasi 80 anni fa: perché dovrebbe essere meglio di quello che viene fatto adesso?».

Parliamo della legge fondamentale dello Stato.

«Esistono certamente degli equilibri, ma possono essere modificati. Non riesco a capire perché la Costituzione venga considerata intoccabile».

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La sinistra la considera tale.

«Il che è ancora più sorprendente, visto che per natura il progressismo dovrebbe tendere a modificare le cose».

Difendere la Costituzione così è politicamente corretto?

«Assolutamente sì. Sembra che si possa solo dire che la nostra Costituzione è la più bella del mondo».

E se si dice il contrario?

«Accade che diventi automaticamente un fascista che vuole sopprimere le libertà fondamentali».

Dissacrante, divisivo, senza peli sulla lingua. In un nome: Giuseppe Cruciani. Il noto conduttore del programma radiofonico La Zanzara, il 12 aprile torna al Teatro Massimo di Pescara con “Via Crux”, il suo show che si scaglia contro il politicamente corretto e la cultura woke. Dopo due anni di Trump e quasi quattro di governo di centrodestra, c’è ancora bisogno di parlarne? Per lui, evidentemente, sì.

Il giornalista non si sottrae ad analizzare le conseguenze del voto referendario, mettendo a nudo le responsabilità del governo Meloni e il rischio che arrivi a fine legislatura da «anatra zoppa». Chiaramente, sempre rispettando il suo inconfondibile stile.

Cruciani, che voto dà a questi tre anni e mezzo di governo Meloni?

«Sei in pagella».

Meglio dei quindici milioni di italiani che l’hanno bocciato.

«Inutile girarci intorno: questo voto è stato un piccolo referendum sulla Meloni. E lo ha perso».

Cosa ha pagato?

«In primo luogo il contesto internazionale. È passata la narrazione che accosta Meloni a Trump e Netanyahu, che buona parte dell’opinione pubblica vede come il male assoluto».

È stata lei stessa a raccontarsi, per un certo periodo di tempo, come il ponte tra gli Usa e l’Europa.

«Avere un rapporto privilegiato con il presidente degli Usa non è un male di per sé e non è detto che si debba condividere tutto quello che fa, ma politicamente questo accostamento si paga».

È solo per questo che il No ha vinto?

«La situazione internazionale ha pesato soprattutto sul voto dei giovani. Poi c’è il fronte degli scontenti del governo».

Scontenti di cosa?
«Del fatto che, dopo 3 anni e mezzo di esecutivo, non hanno ancora visto risultati concreti».

Meloni è arrivata a Chigi con aspettative molto alte.

«Erano tre le risposte che gli italiani attendevano da lei: immigrazione, sicurezza e tasse. Qualcosa è stato fatto, ma la svolta non è mai arrivata».

Meloni ha sottovalutato questi elementi?

«Ha pensato che questo voto sarebbe stato una passeggiata. E invece è stato chiarito – di nuovo – che un referendum, in mezzo alla legislatura, è meglio non farlo».

Le varie gaffe del centrodestra durante la campagna non hanno inciso?

«In maniera marginale. Il voto ha rappresentato per molti la prima opportunità per votare sì o no al governo Meloni. E la maggioranza ha votato no».

Il suo è un giudizio netto.

«Si tratta di riconoscere un errore politico – far passare questa riforma come la madre di tutte le riforme – e di riconoscerne le conseguenze».

La conseguenza più logica non sono le dimissioni?

«Di fronte a un errore politico, si può provare a galleggiare per arrivare a fine legislatura oppure, se si vuole dare un segnale di svolta, si possono indire le elezioni anticipate, sì».

Succederà?

«Non penso. C’è la paura di perdere voti, seggi e così via. Certo è che al governo non basterà qualche nome nuovo per cambiare nella sostanza ciò che è successo».

La cacciata di Santanché, Delmastro e Bartolozzi è stata inutile?

«Robetta buona per i giornali».

E se il rimpasto, come si dice ultimamente, fosse più consistente?

«La mia opinione rimane la stessa. Non ho mai visto un governo risollevarsi dopo un rimpasto. Non è che la gente vede nuovi nomi e dice “questi sono più bravi di quelli di prima, allora votiamoli”. Le ragioni del voto sono altre e senza un segnale in questo senso cambierà poco».

È solo la sconfitta di Meloni o anche la vittoria del centrosinistra?

«Nella campagna referendaria, l’opposizione è stata bravissima a far passare il messaggio dell’attentato alla Costituzione che, evidentemente, ha ancora presa in una parte dell’elettorato».

Non su di lei, immagino.

«Io non vedevo in questa riforma alcun pericolo per le nostre libertà né per lo Stato di diritto. Ma gli italiani hanno avuto una sensazione diversa e va bene così: è la democrazia, bellezza».

Si andasse oggi alle urne, il centrosinistra potrebbe vincere?

«Penso abbia buone chance, perché dalla sua ha un elettorato stanco di questo governo. Certo, deve prima risolvere i suoi i problemi, a partire da quello del leader».

Chi pensa che guiderà il Campo largo?

«Non credo alla storia del federatore. Sarà uno tra Schlein e Conte».

Intanto, c’è da fare i conti con quasi 4 anni di governo Meloni e il ritorno di Trump. Davvero esiste ancora il politicamente corretto?

«Certo che esiste. Basta guardare le battaglie nelle scuole e nelle università per il linguaggio “inclusivo”. Trump ha spazzato – anche in maniera brutale – alcuni avamposti del politicamente corretto. Da noi, però, è vivo e vegeto».

Ha iniziato il tour con “Via Crux” 2 anni fa: possibile che nulla sia cambiato?

«Ci sono tantissimi esempi tra mondo Lgbt, questione dell’immigrazione e del femminismo che testimoniano come il politicamente corretto sia ancora qui. Soprattutto col femminismo».

Lei si è speso molto contro la legge sul consenso sulla violenza di genere.

«Sembra che se tu non ti allinei a tutte le posizioni delle femministe, allora sei uno stupratore. Il blocco di quella legge è stato provvidenziale, perché altrimenti avremmo avuto infiniti processi e soprattutto infinite accuse sul consenso non informato».

Queste sono le sue battaglie storiche. Come ha aggiornato lo spettacolo?

«L’ho attualizzato con tutto quello che riguarda il nostro presente».

Un esempio?

«La storia della famiglia del bosco. Nello spettacolo ne parlo perché descrive il classico caso in cui lo Stato deve dirti come comportarti».

Conformismo?

«Il loro è uno stile di vita che nessuno di noi auspica per se stesso e la propria famiglia. Detto questo, credo anche che si possa scegliere di vivere in maniera diversa senza che lo Stato ti debba rompere le palle».

Altri casi di cui parla?

«La storia del poliziotto di Rogoredo e quella del gioielliere Roggero che ha sparato a due ladri. In sua difesa io e Mario Giordano stiamo portando avanti una battaglia».

Perché?

«Perché sul tema della difesa personale ci sono delle parti controverse che io difendo senza se e senza ma».

Le piace entrare nelle spaccature dell’opinione pubblica italiana.

«Il mio approccio ai temi è sempre frontale. Qualche volta lo faccio con le battute, altre con un pensiero dritto, altre ancora con proposte semplici e precise. Alla base ci sono idee molto decise che fanno parte del mio modo di esprimermi».

Volendo racchiudere questo nuovo ciclo di spettacoli in un concetto solo, quale sarebbe?

«Basta guardare il sottotitolo dello spettacolo, la nostra parola d’ordine: “Ci siamo rotti il ca**o”».

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