Loreto Aprutino

San Zopito e il bue “daspato”: «Ora fatelo tornare in chiesa»

2 Maggio 2026

Dal 1948 gli è vietato l’ingresso. Il sindaco Mariotti e i vignaioli: «Per il paese è appartenenza»

LORETO APRUTINO. Tre santi, una chiesa e soprattutto un bue che deve poterci entrare. Non è un’eresia, o almeno non lo è sempre stata: è la richiesta, da parte di un intero paese, di salvaguardare il simbolo di una delle celebrazioni patronali più identitarie d’Abruzzo. Siamo alla festa di San Zopito a Loreto Aprutino, dove cristianesimo e misticismo pagano si confondono in un rito che unisce il legame con la fede a quello, altrettanto ancestrale, dell’Abruzzo con la terra. Una commistione tra sacro e profano che ha la sua rappresentazione plastica nel coloratissimo bue che ogni anno, nella settimana della domenica di Pentecoste, diventa l’animale più “eccentrico” del paese. In origine, entrava nella Chiesa di Santa Maria in Piano “nudo” e ne usciva pieno di nastri e drappeggi. Da lì l’animale, con in groppa un bambino vestito di bianco (l’angelo), iniziava a guidare la processione tra le vie del centro storico. Tre tappe per tre chiese, di fronte a cui il bue, di volta in volta, si inginocchiava.

Una ritualità molto particolare ma che nel corso del tempo ha perso qualcosa della sua unicità. Nel 1948 l’ingresso del bue in chiesa è stato considerato «pagano» e da allora all’animale è stato vietato l’accesso. Un daspo religioso a cui oggi il sindaco di Loreto Renato Mariotti, insieme alla rete di produttori vitivinicoli locali Custodes Laureti, sta cercando di porre rimedio: «Ha un grande significato per Loreto Aprutino», sottolinea. Per avverare questo desiderio però serve l’autorizzazione della diocesi di Pescara-Penne, amministrata dall’arcivescovo Tommaso Valentinetti. È a lui che, dopo l’appello degli aprutini raccolto dal Centro, passa la parola su una questione che «ha a che fare con il senso di appartenenza alla città».

Ma facciamo un passo indietro. Abruzzo, inizi del XVIII secolo. Tra il 1707 e il 1709 un terremoto colpisce la regione. È il terzo sisma nell’arco di altrettanti secoli: segno che la cattiva sorte ha deciso di fare sosta tra il Gran Sasso e il Mar Adriatico. «Dopo San Tommaso d’Aquino e San Camillo De Lellis, a Loreto Aprutino serviva un nuovo protettore», racconta Francesco Paolo Valentini, vicepresidente di Custodes Laureti e proprietario della cantina Valentini. Da qui parte la ricerca tra le catacombe romane del nuovo santo. «Videro la tomba di un martire con scritto “Sopitus in Domino” che significa “assopito nella grazia del Signore”. Il problema fu che i contadini non avevano studi classici alle spalle, e quindi pensarono che Sopitus fosse il nome. Da qui Zopito». È il 1711. Le spoglie del martire prescelto viaggiarono da Roma a Penne e da lì a Loreto. Tutti accolsero in festa l’arrivo del Santo. O meglio, quasi tutti: «L’intera popolazione seguì la processione», continua Valentini, «tranne un pastore miscredente che, infischiandosene, continuò a lavorare la terra con il suo bue».

Poi, il prodigio: «Quando la processione passò davanti al terreno dell’agricoltore, l’animale si fermò e si inginocchiò davanti alle spoglie del Santo. Tutti gridarono al miracolo». Insomma, Loreto Aprutino aveva appena avuto la prova provata delle qualità del suo nuovo protettore. Da qui la tradizione che rivive ogni anno. Per più di due secoli il pio bove è stato l’ospite d’onore della Chiesa di Santa Maria in Piano. Ma c’è di più. Il legame tra fede religiosa e necessità terrene era rafforzato da un altro importante aspetto della celebrazione. È il lato più “pagano” della festa: «In base alle defecazioni dell’animale – che per i contadini è concime, quindi un elemento legato alla fertilità – si traevano conclusioni su come sarebbe andato l’anno di raccolta. Tant’è che c’era qualcuno che lo stimolava con la paglietta per incoraggiarlo a portare fortuna», aggiunge divertito Valentini.

Quasi 80 anni dopo, Loreto Aprutino chiede che la tradizione torni alle origini. «Non si tratta solamente di far entrare un animale in chiesa», spiega il sindaco Mariotti, «il bue di San Zopito per i cittadini ha un alto valore simbolico». Un appello alla diocesi di Pescara-Penne? «Partirei da una riflessione: il bue entrava dalla porta laterale della chiesa “nudo”, senza alcuna decorazione indosso. Soltanto una volta uscito dalla porta principale era bardato da bue di San Zopito. La sacralità è proprio nel suo passaggio in chiesa».

Come si è arrivati al punto di vietare l’ingresso al bue in chiesa? Pare che la motivazione sia “scenica”. Quando entrava nell’abside della chiesa, l’animale si inginocchiava verso il busto di San Zopito, posizionato davanti all’altare con il crocifisso. Il problema era che chi assisteva alla celebrazione, voltandosi per guardarlo, finiva per dare le spalle alle rappresentazioni sacre. E questo, per la Chiesa, non era accettabile. Nel 2003 è stato anche realizzato un film documentario sull'evento dal titolo “Il bue di San Zopito. Le voci della festa”, per la regia di Marco Chiarini e Gianfranco Spitilli, che racconta il rito attraverso i ricordi degli anziani del posto. Quest’anno l’evento cade il 25 maggio, c’è ancora tempo per tornare alle origini. L’ultima parola spetta alla Diocesi: il (non ancora) pio bove è già davanti alla soglia della chiesa di Santa Maria in Piano. Aspetta il permesso per entrare.

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