Loreto Aprutino, il bove e lo spirito di-vino

Un logo dal simbolo affascinante: un grappolo d’uva stilizzato con fattezze bovine e corna, ai lati due croci. Creiamo tanti “Custodes” d’Abruzzo per preservare le biodiversità culturali e naturali
LORETO APRUTINO. Libertà e diritto di accesso, in Chiesa, per “il bue d’Abruzzo”. Si, e non sono impazzito. Immaginate dunque un pranzo, una tavolata a Loreto Aprutino baciata da sole, i commensali immersi nel verde e circondati dai filari delle vigne e dalle fronde degli ulivi. Sembrava una scena di Avatar, invece, ovviamente, era solo la bellezza irreale di queste terre in questa stagione, due giorni fa. Immaginatevi di ritrovarvi a pranzo con una Associazione di sognatori folli e allo stesso tempo pragmatici, colti visionari, ma allo stesso tempo produttori e commercianti. Appassionati al territorio più di ogni altra cosa: loro si sono ribattezzati “Custodes Laureti”, ma Daniele Cristofani, in queste pagine, li definisce “gli Avenger della vinificazione civica” (ha ragione).
Adesso immaginate che davanti ai calici con un logo in cui c’è un simbolo affascinante (la serigrafia su vetro di un grappolo d’uva stilizzato con fattezze bovine e corna, circondato da un motto latino e due croci quadre) si parli di mille cose insieme: vini, uve, oli, radici identitarie antiche, come governare le città, come salvare i centri storici dei paesi, come portante il nuovo Abruzzo nel mondo e – allo stesso tempo – sull’importanza della simbologia naturale di feste cattoliche che in questa terra si sono innervate su tradizioni più antiche. Culti pagani, riti ispirati ai cicli del sole e della luna, stagioni e vendemmie. E quindi si arriva al Bove del calice, appunto, l’eroe della festa patronale aprutina. La tavola si anima. Sembra il bilaterale di un summit, con due delegazioni schierate.
Da un lato del tavolo (spettatori) noi del Centro. Dall’altro (protagonisti), ci sono delle “eno-star” come Gaetano Carboni (cantina Amorotti), Francesco Paolo Valentini (Valentini), la padrona di casa, Chiara Ciavolich (cantina omonima), Antonella Di Tonno e Rodrigo Redmont (Talamonti), Fausto Albanesi e Adriana Galasso (Torre dei Beati). Cinque famiglie del vino che poco più di tre anni fa si sono unite con tanti altri come in un film di Frank Capra (la storia la trovate nell’articolo di Daniele) per salvare il paese da due impianti che avrebbero distrutto un ecosistema. Ma anche per preservare una idea di identità dei territori. Nacque così una lista civica, animata dai commensali, che vinse a sorpresa. In questo pranzo, dopo cinque bottiglie, una discussione semiseria diventa molto seria: «Bisogna creare un movimento di opinione», spiega Valentini, «per far ritornare il bue in Chiesa».
Tutti d’accordo, mozione approvata. Nel 1948, infatti, le alte gerarchie cattoliche regionali proibirono quell’ingresso: «I cittadini guardano la bestia e non l’altare!», si disperavano i sacerdoti. Ecco, direte voi: è davvero così importante? A me pare che Valentini e i Custodes abbiano trovato un simbolo efficacissimo: si entra nel futuro, solo se si riesce a mettere le nuove idee dentro il cuore più antico di questa terra. Riportiamo il bue in Chiesa (dopotutto è lui che guarda Cristo dalla posizione dei fedeli) e creiamo ovunque tanti “Custodes” d’Abruzzo, per preservare le biodiversità culturali e naturali. Per questa impresa servono sia i grappoli che le corna.
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