La Dakar parla abruzzese: “Ogni volta è speciale”

Rally, il racconto dei protagonisti. Dall’esperienza dei fratelli Totani alle sensazioni di Sbaraglia e Proietti: il duo aquilano ha concluso al 44° posto nella corsa Ultimate, mentre i teatini hanno brillato nella classica arrivando al 12° e 13° piazzamento
Due settimane di corse, concentrazione e imprevisti nel bel mezzo del deserto dell’Arabia Saudita. Sabato è andata in archivio la 48ª edizione della Dakar, l’iconico circuito ed evento tra i più importanti del motorsport mondiale. Un’edizione che ha visto la partecipazione anche di quattro abruzzesi, come raccontato sul Centro. Stesso tragitto, ma percorsi diametralmente diversi tanto per la categoria d’appartenenza quanto per gli esiti finali. Da una parte i due navigatori teatini Rocco Sbaraglia e Francesco Proietti che nella competizione classica hanno chiuso rispettivamente al 12° e 13° posto nella classifica generale, dall’altra i fratelli aquilani Tito e Silvio Totani, alla quinta partecipazione assoluta, che nella categoria Ultimate, nonostante una serie di difficoltà, sono arrivi settimi nella classifica specifica e 44esimi in quella generale.
I fratelli Totani. Una vigilia turbolenta per la coppia aquilana che ha deciso di partecipare in extremis come racconta Silvio Totani, di rientro in Abruzzo. «Non pensavamo di partecipare perché non avevamo una macchina a disposizione, poi c’è stata la possibilità di noleggiare un mezzo del team francese MDRallye, la Monnalisa, davvero performante e ben diverso dalla Patrol alla quale eravamo abituati». Qualche giorno di test in Marocco per prendere confidenza e poi tutti in pista ad inizio gennaio nel deserto dell’Arabia. «La prima settimana ci è servita per conoscere i limiti della macchina perché andava davvero forte», prosegue Totani, «quindi è stato difficile capire come muoverci senza provocare danni irreparabili. Infatti, il vero dakariano è chi riesce ad arrivare al traguardo ed io e mio fratello Tito ci siamo riusciti in tutte e cinque le edizioni».
Il 44° posto generale nella categoria Ultimate palesa anche una serie di criticità incontrate lungo il cammino. «L’obiettivo era entrare tra i primi trenta, ma abbiamo avuto troppi guai. Nella terza tappa abbiamo forato quattro gomme e preso delle penalità per dei limiti di velocità. Ci sono dei tratti che costeggiano strade, gasdotti o piccoli centri abitati dove occorre rallentare, ma tanti sforano i limiti. Per non parlare della rottura di un ammortizzatore anteriore che ci ha costretti a proseguire con un’andatura molto lenta. Però, va bene così, alla Dakar non sai mai cosa possa accaderti. Faccio un esempio: nella categoria moto, il primo ha vinto con un distacco di soli due secondi sul secondo perché quest’ultimo è incappato in una mandria di cammelli e ha perso quel tanto per rinunciare alla vittoria finale».
In molti si chiedono quale sia la differenza tra l’Ultimate e la Dakar Classic. «Diciamo che nella nostra categoria occorre spingere in gare di velocità, mentre quella Classic verte più su prove di regolarità. Mi dispiace dirlo, ma si tratta di due cose diverse. Una volta un pilota mi disse che l’Ultimate è come andare in un ristorante e mangiare un pasto completo, mentre la Classic è come un panino al volo che prendi in Autogrill. Tutta un’altra storia».
E voi avete sempre gareggiato nell’Ultimate? «Forse ad ottant’anni, quando mi darò anche al golf, deciderò di passare alla classica (ride, ndr). Non ci sono paragoni». Due partecipazioni alla Dakar di scena in Sud America, tra Argentina e Cile, e tre nel deserto dell’Arabia Saudita, sempre accanto al fratello Tito. Gareggiare insieme è un vantaggio? «Assolutamente sì», prosegue Totani. «È bello stare con lui, lo conosco e mi fido, anche se ci vuole un po’ di pazienza. Io lo chiamo “il filosofo”, ma sono contento di affrontare queste sfide insieme, pur passando in media almeno 12 ore al giorno accanto a lui nell’abitacolo». Tante le emozioni che i Totani portano con loro nel bagaglio di viaggio, ma su tutte una: «I grandi piloti dicono che devi essere rapidissimo nel cambiare ritmo, veloce nel risolvere i problemi e lucido nell’affrontare le difficoltà. Per noi amanti dei motori, non c’è nulla di più bello che correre per due settimane, senza telefoni o pensieri della vita quotidiana, ma concentrati solo sul circuito che quest’anno è stato molto più polveroso e contrassegnato dai sassi anzichè le dune. Però la Dakar resta unica».
Il teatino Sbaraglia. La voce trema ancora dall’emozione a distanza di poche ore dalla premiazione per il navigatore teatino Rocco Sbaraglia, arrivato 12° assoluto in classica. «Sono stanco ma felicissimo. Col mio collega Taz Harvey ci eravamo prefissati tre obiettivi: divertirci, arrivare in fondo e classificarci bene. Credo che ci siamo riusciti alla grande». Seconda partecipazione assoluta per il figlio d’arte che della passata edizione ne ha fatto anche una ricerca sperimentale per la tesi di laurea in Scienze motorie all’Università d’Annunzio di Chieti. «Quest’anno ho applicato i risultati della mia ricerca. Ad esempio, dai dati è emerso che quando dormivo di più il giorno dopo ero più performante, allora ho cercato di dormire almeno sei ore a notte e di sfruttare i giorni liberi per un totale relax in hotel, svagando la mente». Ma la differenza è stata anche nella preparazione. «Nel 2025 sono arrivato senza sapere a cosa stessi andando incontro, era tutto nuovo, così nei mesi scorsi, mentre il mio collega si è allenato nel deserto della California, io ho ripreso in mano gli strumenti di navigazione ed ho studiato per arrivare pronto, tenendo conto che questa edizione sia stata molto impegnativa, specialmente in alcuni momenti in cui abbiamo viaggiato 900 chilometri al giorno. Ma con Taz si è creata una complicità bellissima. È stato talmente bello che mi è dispiaciuto che sia finita. L’anno scorso arrivai al traguardo letteralmente sfinito e non me lo sono goduto al meglio, sabato invece è stato diverso, avrei corso volentieri almeno un altro giorno». Testa già al 2027? «Come si dice? Non c’è due senza tre (ride, ndr). Mi piacerebbe molto tornare, casomai ingaggiato da qualche team ufficiale nella categoria Ultimate».
Il teatino Proietti. Il concittadino navigatore Francesco Proietti, classe 1993, festeggia il suo 13° posto assoluto nella stessa categoria, proprio dietro Sbaraglia. «La sfida personale più dura è stata svegliarsi alle due e mezza di notte, smontare velocemente la tenda e mettersi subito in macchina, una cosa drammatica», racconta scherzando Proietti che nel 2023, alla prima partecipazione, vinse nella categoria Trucks Classic H0T, insieme al pilota Antonio Giannecchini e il meccanico Luca Macrini a bordo del potente Iveco Eurocargo 4x4. «Tutta un’altra gara quella, fu un’esperienza magica perché ci divertimmo tantissimo in team, invece l’anno scorso sono stato costretto al ritiro perché il pilota ha beccato un’infezione agli occhi a causa della sabbia del deserto ed ha rischiato anche di perdere la vista». Ma non sono mancati i problemi.
«Diciamo che in questa Dakar non ho trovato molto affiatamento col mio collega Gian Paolo Cavagna, non è scattata la fiducia reciproca necessaria per condividere l’abitacolo per 12 ore al giorno di media, in più non ero molto abituato alle gare di regolarità. Inoltre il percorso spesso è monotono a livello paesaggistico al punto che qualche volta ho pensato che stessimo girando intorno alla stessa collina. Si vocifera che dal 2030 ci si sposterà in Cina, credo che possa essere molto più emozionante. Diciamo che è stato quasi un miracolo chiudere così in alto in classifica».
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