Maxi processo per l’acqua del Gran Sasso. Ecco perché sono stati tutti assolti: «Non c’è pericolo di inquinamento»

Teramo, le motivazioni dopo la sentenza di assoluzione degli ex vertici Infn, Strada dei Parchi e Ruzzo Reti: «Nessuna prova scientifica, enti e società coinvolte hanno rispettato le normative e adottato cautele»
TERAMO. La potenza delle parole nelle sentenze non ha eguali. Quelle 280 pagine di motivazioni messe insieme dalla giudice Claudia Di Valerio con un rigore mai stereotipato – senza formule standardizzate o automatismi decisionali – plasmano il perché dell’assoluzione dei dieci imputati nel maxi processo per l’acqua del Gran Sasso. Con un filo conduttore a legare le sorti degli ex vertici di Istituto di fisica nucleare, Strada dei Parchi e Ruzzo Reti: l’assenza, per il tribunale, di prove scientifiche che dimostrino il pericolo concreto di inquinamento delle acque sotterranee e l’impossibilità di esigere comportamenti alternativi dagli imputati. La sentenza ha chiarito, con un pronunciamento che si richiama a svariate sentenze della Cassazione, che il reato di pericolo di inquinamento ambientale richiede la dimostrazione di un pericolo concreto, basato su una probabilità scientificamente apprezzabile che l’evento dannoso si verifichi. E questo nel corso del processo non è mai stato dimostrato. Il processo di primo grado concluso ad ottobre con le dieci assoluzioni è quello nato dall’inchiesta aperta nel 2017 quando scoppiò l’emergenza legata a un problema di potabilità dell’acqua il cui uso venne bloccato per svariati giorni in 32 comuni del Teramano.
Normative e cautele rispettate da enti e società
Scrive la giudice alle pagine 232 e 233: «Partendo, secondo i dettami della giurisprudenza di legittimità, dall’evento rappresentato dal pericolo di inquinamento delle acque sotterranee, occorre stabilire se la condotta consistita nel mantenere in esercizio di Laboratori di fisica nucleare e le gallerie autostradali potesse far prevedere il verificarsi di esso e se vi fossero cautele idonee a prevenirne l’insorgenza. Seguendo l’insegnamento della Suprema Corte, anche a voler ritenere in sè prevedibile il pericolo di inquinamento della falda per il fatto stesso della presenza di tali infrastrutture all’interno del massiccio, misure idonee a evitare l’evento potrebbero in via astratta ravvisarsi nel divieto di impiego di sostanze inquinanti, nella puntuale regolarizzazione degli adempimenti amministrativi connessi all’autorizzazione dell’attività, nella scrupolosa gestione dei residui e scarti dell’attività, nella leale collaborazione con l’autorità preposta alla tutela dell’ambiente, nell’adozione di misure di contenimento in caso d incidente». Cautele che, evidenzia la giudice, sono state rispettate. «Ebbene, si tratta di cautele che sia i Laboratori, sia Strada dei Parchi hanno osservato nel periodo di interesse», scrive, «quanto ai primi è emerso che le sostanze nocive, contenute negli esperimenti in corso, erano da lungo tempo presenti e che, dopo il 2012 non erano più state introdotte sostanze pericolose. Gli esperimenti suddetti, inoltre erano circondati da cordolatura che permetteva l’isolamento di eventuali perdite; più in generale i liquidi presenti nella sale dei Laboratori (ricondotte a risalita di acqua di falda) erano recuperati e smaltiti come rifiuti. I laboratori, inoltre, hanno attuato un fattivo confronto con le autorità di controllo, richiedendo un parere all’istituto superiore di sanità. Strada dei Parchi, per parte sua ha parimenti mantenuto un costante dialogo con le autorità amministrative di controllo, preannunciando l’avvio di lavorazioni potenzialmente pericolosi e prevedendo una scrupolosa procedimentalizzazione delle fasi più sensibili dell’attività, nonchè ha predisposto misure di salvaguardia onerose ed efficaci».
Non c’è stato pericolo concreto di Inquinamento
Per il tribunale, dunque, non è stato dimostrato che le attività dei Laboratori di fisica nucleare e delle gallerie autostradali gestite da Strada dei Parchi abbiano causato un pericolo concreto di inquinamento delle acque sotterranee del Gran Sasso. Nelle motivazioni viene evidenziato come nel corso delle indagini non siano stati effettuati accertamenti diretti sulle acque sotterranee e come le analisi disponibili non dimostrino la presenza di contaminanti nella falda. «L’intero compendio probatorio», scrive la giudice a pagina 255, «si rivela del tutto carente. Si osserva come l’apporto dei consulenti tecnici, oltre che degli operanti e degli altri testi che hanno riferito delle condizioni del traforo, abbia assunto carattere meramente descrittivo e non si sia mai spinto a fornire una ricostruzione su base scientifica a degli scenari che si potrebbero determinare a partire dalla constatazione dei punti di connessione tra opere pubbliche e falda acquifera. La circostanza, in uno al fatto che le acque sotterranee del Gran Sasso non sono mai state analizzate, si rivela esiziale per lo sbocco del giudizio».
I nomi dei 10 finiti a processo e tutti assolti
Al termine del processo sono stati assolti Fernando Ferroni, all’epoca dei fatti presidente dell’Istituto di fisica nucleare; Stefano Ragazzi, all’epoca dei fatti direttore dei laboratori nazionali dell’Istituto di fisica nucleare; Raffaele Adinolfi Falcone, all’epoca dei fatti responsabile del servizio ambiente dei laboratori dall’ottobre del 2005; Lelio Scopa, all’epoca dei fatti presidente del consiglio di amministrazione della Strada dei Parchi; Cesare Ramadori, all’epoca dei fatti amministratore delegato di Strada dei Parchi dal 30 maggio del 2011; Igino Lai, all’epoca direttore generale di esercizio di Strada dei Parchi con compiti in materia di tutela dell’ambiente dal 2011. Tutti gli ex vertici di Infn e Strada dei Parchi sono stati assolti perché il fatto non sussiste. Per la società Ruzzo Reti erano finiti a processo Antonio Forlini, ex presidente; Domenico Giambuzzi, all’epoca dei fatti responsabile dell’area tecnica della Ruzzo Reti; Ezio Napolitani, all’epoca responsabile dell’unità operativa di esercizio della Ruzzo Reti, e Maurizio Faragalli, responsabile del Servizio acquedotto della Ruzzo Reti dal 17 gennaio 2014. Tutti e quattro sono stati assolti con la formula del non aver commesso il fatto.
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