Chieti verso il voto, gli stipendi di chi sarà eletto: al sindaco 9.660 euro al mese

La corsa verso Palazzo di città. Il vice sindaco avrà 7.245 euro, gli assessori e il presidente del consiglio comunale 5.796 euro. I futuri amministratori percepiranno più del doppio rispetto al 2020: ecco perché
CHIETI. La vocazione per la cosa pubblica impone una dedizione che, di norma, travalica i confini di un comune orario di lavoro. A Chieti, tuttavia, la contesa per la fascia tricolore offre oggi consolazioni un tempo insperate. L’abnegazione civica, dote necessaria per chi intenda governare le complessità di una città, si incrocia infatti con le rassicuranti tabelle economiche modificate dalla legge di bilancio in vigore dal primo gennaio 2024. La poltrona più alta di Palazzo di città non rappresenta più soltanto l’apice di un’ambizione, ma garantisce l’accesso a un’indennità lorda di 9.660 euro mensili, una soglia che fissa il compenso del primo cittadino esattamente al 70% dell’appannaggio di un presidente di Regione.
Alessandro Carbone, Giancarlo Cascini, Mario Colantonio, Giovanni Legnini e Cristiano Sicari compongono l’elenco, in rigoroso ordine alfabetico, degli aspiranti sindaco. Una griglia che resta provvisoria e attende probabili, ulteriori adesioni. Chiunque ne uscirà vincitore saprà che il mandato al vertice ripaga in termini tangibili i tormenti affrontati in campagna elettorale. Da quello stipendio mensile discende poi, secondo una rigida proporzione aritmetica, l’intera intelaiatura retributiva della giunta. Il vice sindaco percepirà 7.245 euro, assicurandosi il 75% dell’importo previsto per il sindaco. Scendendo di un gradino lungo la scala delle funzioni istituzionali, gli assessori e il presidente del consiglio comunale si garantiranno il 60% del parametro massimo, attestandosi a 5.796 euro.
Resta l’impegno dei consiglieri comunali, il cui attivismo politico nelle aule e nelle riunioni delle commissioni permanenti viene calcolato attraverso il tassametro del gettone di presenza: 80,40 euro a seduta. Anche qui la normativa impone un tetto di salvaguardia, prescrivendo che il compenso massimo percepibile dal singolo eletto non possa oltrepassare i 2.412 euro, ovverosia un quarto dell’indennità del sindaco.
I futuri inquilini del Comune troveranno casse municipali ben più munifiche, percependo più del doppio rispetto ai colleghi insediatisi nell’anno 2020. Questo salto di qualità non dipende da scelte locali, bensì dagli adeguamenti normativi varati dal governo Draghi. Quell’esecutivo recepì finalmente le storiche denunce dell’Anci, l’associazione dei comuni italiani, impegnata in una tenace vertenza per rimuovere l’anomalia di «sindaci con un’indennità inferiore al reddito di cittadinanza».
Per colmare il divario tra le responsabilità degli amministratori e le retribuzioni, lo Stato ha stanziato fondi crescenti: 100 milioni per il 2022, 150 milioni per l’esercizio 2023, fino a 220 milioni nel 2024. Tramonta così un’epoca dominata dal decreto del Viminale 119 del 4 aprile 2000. Nel tempo l’inflazione aveva bruciato il 34,1% di quegli assegni mensili, già decurtati di un 10% dalla Finanziaria 2006. Oggi la politica cittadina ritrova un suo nuovo peso. Anche per le tasche degli eletti.
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