ORTONA
Era lui alla guida del gommone nero, con a bordo 38 migranti, soccorso da Emergency a 32 miglia dalle coste libiche. Un giovane di 34 anni, originario del Sudan, è stato arrestato dai poliziotti della squadra mobile di Chieti con l’accusa di essere uno scafista: le manette sono scattate giovedì scorso a Ortona, dove è sbarcata la nave Life Support della Ong fondata da Gino Strada.
Il presunto trafficante di uomini ha cercato di mimetizzarsi tra gli altri profughi, ma a incastrarlo ci sono alcune testimonianze. Almeno due migranti lo hanno riconosciuto, senza margine di dubbio, come l’uomo che aveva condotto la piccola imbarcazione durante la drammatica traversata. Non solo: gli investigatori del commissario capo Francesco D’Antonio gli hanno trovato addosso un dispositivo gps, utilizzato per seguire la rotta. Ora il trentaquattrenne, su ordine del sostituto procuratore Giancarlo Ciani, è rinchiuso nel carcere di Madonna del Freddo: indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sarà interrogato domani durante l’udienza di convalida dell’arresto.
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Per riepilogare la vicenda, bisogna tornare indietro a domenica scorsa. Un gommone nero viene avvistato dalla Life Support, alle 6.23, nelle acque internazionali della zona Sar (area di ricerca e soccorso) libica. A bordo ci sono 38 persone, di cui 31 uomini e sette donne (una incinta). I minori non accompagnati sono 12, quelli accompagnati due, tutti maschi.
I naufraghi raccontano di essere partiti il giorno precedente, alle nove della sera, da Zuwara. Sono originari della Somalia (17), del Sudan (13), dell’Etiopia (2), della Costa d’Avorio (1), dell’Eritrea (3) e del Sud Sudan (2), tutti Paesi segnati da instabilità politica, violenze, povertà e insicurezza alimentare. Dopo poche ore, gli stessi volontari di Emergency salvano altre 30 persone, a bordo di un altro gommone nero, che dichiarano di essere partite anche loro da Zuwara, allo stesso orario. Le autorità assegnano alla Life Support il porto di Ortona, a circa 745 miglia nautiche di distanza. «Una scelta», denunciano dalla Ong al momento dello sbarco, «che ha ritardato l’arrivo dei naufraghi in un posto sicuro e il loro accesso ai servizi essenziali».
Crescenzo Caiazza, medical team leader a bordo della Life Support, racconta: «Durante i giorni di navigazione abbiamo avuto la possibilità di entrare in contatto con le persone soccorse, di conoscere le loro storie, di prenderci cura di loro per drammi che durano da anni. Hanno un percorso migratorio alle spalle che ha lasciato segni sul corpo, cicatrici più e meno visibili, conseguenze delle torture subite all’interno dei centri di detenzione libici, delle percosse, o dei giorni in cui sono state lasciate nel deserto senza cibo, acqua, né riparo a cui non tutti sono riusciti a sopravvivere. A bordo abbiamo avuto alcuni casi particolarmente delicati, penso a una donna in gravidanza e ai bimbi piccoli, a cui abbiamo garantito l’assistenza sanitaria. Ora auspichiamo che l’Italia e l’Europa sappiano accogliere e offrire un futuro a queste persone».
Un ragazzo del Sudan condivide con gli operatori di Emergency la sua esperienza: «Ho lasciato il mio Paese a causa della guerra civile. Inizialmente sono scappato in Egitto, dove sono stato maltrattato e imprigionato. Non appena ne ho avuto la possibilità, sono rientrato in Sudan e da lì ho cercato di raggiungere la Libia. Avrei voluto lavorare, ma la situazione in Libia era bruttissima: c’è molto razzismo, se sei un migrante non ti pagano, ti maltrattano, possono arrestarti in strada o arrivare anche a prenderti in casa per imprigionarti, poi ti levano tutto e chiedono il riscatto per liberarti. Anche io sono stato arrestato e le condizioni in prigionia erano davvero dure: ci lasciavano senza cibo anche dei giorni interi. Non appena mi hanno lasciato andare ho deciso di tentare la traversata del Mediterraneo».
La testimonianza diventa drammatica: «Per affrontare il mare hanno raccolto tutte le persone che avevano deciso di fare quell’estremo tentativo in una piccola casa nascosta sulla costa, al momento di partire ci hanno portato un gommone che abbiamo dovuto gonfiare noi. Siamo partiti con il buio, il gommone si è presto riempito di acqua ed era freddo. Quando vi abbiamo visto temevamo foste libici, abbiamo capito che non lo eravate solo quando abbiamo visto che a bordo c’erano anche delle donne. A quel punto abbiamo compreso di essere salvi».
Al momento dello sbarco, come previsto dalle procedure, tutti i migranti vengono controllati. E in questa fase, addosso al trentaquattrenne del Sudan, spunta il dispositivo gps che indirizza le indagini della polizia di Stato. Le testimonianze raccolte successivamente spingono gli investigatori a contestare a quel giovane la violazione del decreto legislativo 286 del 1998: adesso rischia una condanna da sei a 16 anni di carcere.
Quanto agli altri 67 naufraghi arrivati a Ortona, 9 sono rimasti in provincia di Chieti, 12 sono stati assegnati all’Aquila, 12 a Teramo e 12 a Pescara; i 21 minori non accompagnati, invece, sono stati trasferiti nella struttura specializzata di Dogliola, nel Vastese. Con lo sbarco di giovedì, il ventesimo in poco più di due anni, il numero complessivo dei migranti transitati dal porto abruzzese sale a 1.525, confermando lo scalo come uno degli hub principali dell’Adriatico nella gestione coordinata delle operazioni umanitarie. «Ci auguriamo che tutti i naufraghi», dice Gabriele Padovan, comandante della nave di Emergency, «possano avere una vita migliore di quella che si sono lasciati alle spalle».
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