L’AQUILA
Centinaia di animali che si muovono in gruppo, ettari di coltivazioni compromesse e una presenza sempre più frequente in prossimità delle strade e dei centri abitati. In Abruzzo l’emergenza cervi non è più solo una questione agricola: è un problema che investe sicurezza, economia e modello di sviluppo del territorio. Per chi vive il territorio, spiegano Cia e Confagricoltura, questo si traduce in un’emergenza costante. Servono interventi strutturali e ristori per le aziende, le richieste sul tappeto. Il tema è stato al centro del convegno “Cervo e territorio: equilibri tra biodiversità, agricoltura e sostenibilità”, promosso dalle due associazioni di categoria, che si è svolto ieri, a Sulmona, nello Spazio Pingue.
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Un momento di confronto aperto tra mondo scientifico, istituzioni e territorio per affrontare in modo concreto la gestione della fauna selvatica. Del resto, i dati parlano chiaro: in provincia dell’Aquila oltre il 60% dei danni alle colture agricole è attribuibile alla presenza degli ungulati, mentre cresce il numero degli incidenti stradali causati dall’attraversamento degli animali. Secondo il Piano faunistico venatorio regionale, tra il 2009 e il 2018 sono stati registrati 115 incidenti; un dato destinato ad aumentare considerando che la popolazione dei cervi cresce ogni anno tra il 20% e il 35%. Un fenomeno che assume un significato ancora più rilevante alla luce del modello di sviluppo su cui punta l’Abruzzo, il turismo esperienziale ed enogastronomico. «Un sistema che si fonda sulla valorizzazione dei prodotti del territorio, ma che rischia di restare senza materia prima. È qui che emerge la contraddizione più evidente», sostengono Cia e Confagricoltura, «mentre si investe sull’enoturismo, sulle esperienze nei territori e sulla narrazione delle eccellenze locali, gli stessi prodotti che dovrebbero essere raccontati e degustati vengono distrutti nei campi».
Vigneti di pregio, coltivazioni di zafferano e produzioni identitarie sono sempre più esposti ai danni causati dalla fauna selvatica, con un impatto diretto sull’economia e sull’immagine dell’Abruzzo. È stata documentata la presenza di tre distinti branchi che si muovono e si alimentano nelle aree agricole. «Il problema non riguarda più solo le colture tradizionali, ma sta colpendo anche il comparto vitivinicolo, che è uno dei pilastri dell’identità e dell’economia del territorio», afferma Anna Maria Di Furia, presidente della Cia L’Aquila Teramo, «si parla molto di turismo esperienziale e di enogastronomia, ma se vengono meno le produzioni locali viene meno anche la credibilità dell’offerta turistica. Il rischio è quello di compromettere un intero sistema economico».
Per Fabrizio Lobene, presidente di Confagricoltura L’Aquila, «gli agricoltori stanno subendo danni sempre più pesanti e, allo stesso tempo, cresce il rischio per la sicurezza dei cittadini».
L’assessore regionale all’Agricoltura Emanuele Imprudente ha ricordato che «la Regione ha messo in atto una manovra da 5,2 milioni di euro per il settore primario, con interventi su viabilità forestale e danni alle colture, con particolare attenzione al Parco Sirente-Velino».