L’Aquila, sotto un unico cielo di luci la città illumina il suo 2026

18 Gennaio 2026

Migliaia di persone in centro storico: i simboli disegnati e animati con i droni. Il sindaco Biondi: «Se il buio è fragilità, questo è il segnale della rinascita»

L’AQUILA. Three, two, one. Il conto alla rovescia scatta dopo il tramonto e, dal piazzale davanti all’Auditorium al Parco del Castello, si alza una moltitudine di droni. Parte il lift off stile controllo a terra a Cape Canaveral e il cielo dell’Aquila diventa uno schermo sopra la Fontana Luminosa. Ogni drone è un punto luce, un pixel sospeso. Quando i punti si allineano e si muovono insieme, compongono figure riconoscibili: simboli che raccontano la città senza bisogno di didascalie. Si apre così il pomeriggio della giornata inaugurale di L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026. Alle 17.30 in punto, poco dopo il tramonto, va in scena il drone show “Sotto un unico cielo”, una creazione originale che, attraverso coreografie luminose, racconta storia, identità e capacità innovativa del territorio “in un volo costante tra cielo e terra verso il futuro”. Sotto, la città è un fiume di persone: il viale pieno, lo sguardo all’insù, una folla compatta che segue le immagini sopra la linea degli alberi. In aria, la prima forma che si legge è una trama circolare, una spirale luminosa che richiama una costellazione: un disegno che regge perché ciascun punto resta al suo posto. Poco dopo lo show entra nel terreno più esplicito dell’identità: i droni compongono lo stemma con l’aquila, dentro uno scudo dai contorni netti, poi ripercorrono segni inequivocabili.

LE IMMAGINI

 La bolla di Celestino, San Bernardino che veglia dall’alto, il Castello protegge il cuore, la Fontana delle Novantanove Cannelle che rimette in scena quel “99” come sigillo e memoria collettiva. Nel racconto per immagini arriva anche l’ora che spezza tutto: le 3.32, il silenzio di quella maledetta notte di aprile di quasi 17 anni fa. E da lì la ripartenza: mattone dopo mattone, ferita che diventa forza. Un territorio che piano piano si ricompone, tenendo insieme paesi e comunità. Le immagini in cielo lavorano come un racconto. In una serata di inaugurazione, la città si riconosce anche così: alzando lo sguardo insieme, migliaia di occhi, sotto un unico cielo. Dopo i droni, quella stessa grammatica si sposta in strada. Parte così la parata “Il viaggio della luce”, guidata da Dundu, grande marionetta di luce alta cinque metri “che interpreta la forza creativa e primigenia dell’uomo”. Con lui avanzano le “Molecole di luce”, suggestive figure luminose animate e accompagnate da musica dal vivo, insieme ad altri artisti: il “viaggio” attraversa il Corso e conduce il pubblico verso piazza Duomo, dove va in scena lo spettacolo “La città celestiale”, con una “performance di luce” aerea e a terra tra trampoli, danza aerea e una “ballerina volante”, costruendo un quadro di immagini e movimento pensato per omaggiare lo spirito del capoluogo abruzzese.

PALCOSCENICO

La città, intanto, si trasforma in un palcoscenico urbano: piazze, strade e monumenti prendono vita con luci, artisti di strada e installazioni itineranti, sotto la guida creativa del regista e direttore artistico dell’inaugurazione Marco Boarino. È lui stesso, dal palco della piazza, a intervenire per richiamare il senso dell’impianto. Nei giorni scorsi ha spiegato che l’inaugurazione “vuole essere un gesto collettivo” che parte dalla storia dell’Aquila e dalla sua identità più profonda per aprirsi al futuro, con un palinsesto pensato “per la città e con la città”, capace di trasformare “le ferite in luce e la memoria in visione”. La cultura diventa così spazio condiviso, capace di coinvolgere i cittadini come protagonisti attivi e di raccontare un territorio in modo inclusivo e contemporaneo, attraverso la luce, il cielo, le piazze e i simboli che appartengono a questa comunità. Poi l’accensione dell’installazione di luce “il Faro 99”, un’opera visibile da decine di chilometri di distanza. Dallo stesso palco, il sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi lega il tema alla memoria del terremoto e alle vittime del 6 aprile. «Se il buio è fragilità, paura, dubbio, la luce è il simbolo per eccellenza della rinascita non disgiunta dalla bellezza», dice, ricordando anche «un’altra luce che si è fatta tradizione, la luce verticale che il 6 aprile ogni anno punta verso il cielo e che oggi evolve nell’installazione che avete davanti». Ancora qualche istante di silenzio. Poi ripartono gli applausi e i telefoni tornano in alto, a inseguire il fascio che taglia il buio. "Il Faro 99" segna un punto, dice che la città c’è, e che questa volta l’inaugurazione prova a stare in piedi insieme. Intorno, tra piazza Duomo e Corso, la gente si muove lenta, commenta le immagini e si riconosce nei simboli. A chiudere resta la stessa immagine di apertura: una città che si stringe e guarda in alto. La luce, qui, diventa linguaggio comune, un segno che unisce centro e frazioni, memoria e presente, e prova a tenere insieme la promessa del 2026.

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