Addio Franco Summa, genio del colore

26 Gennaio 2020

Aveva 81 anni. Tra le sue installazioni quella in piazza San Francesco e, l’ultima, in piazza Caduti del mare. Domani i funerali

In una città come Pescara con radici identitarie fragili, Franco Summa era legato al luogo in cui era nato ed è vissuto lasciandovi tracce nella memoria collettiva e nella geografia urbana. Diceva di se stesso: «A Pescara Portanuova; vicino al ponte di ferro della ferrovia sul Pescara; non distante dalla casa natale di Gabriele D’Annunzio, vicino alla caserma militare, ex bagno penale Borbonico; sono nato, ultimo di otto figli, in quella casa giallo ocra, con la pergola e la fontana con i pesci rossi, a lato della strada ferrata; vicino al fiume, tra i segnali ferroviari, con i treni che passano vicini trainati dalle sferraglianti e sbuffanti locomotive a vapore. In quel casello ferroviario 350, che ora non esiste più, dove mio padre era assegnato in qualità di “sorvegliante” del tronco, ho trascorso i miei primi anni e formato le mie prime impressioni».
Sebbene la sua fama di maestro dell’arte urbana che superi i confini dell’Italia, Summa resta, per chi vive a Pescara, l’artista di segni incisi nel panorama sentimentale della città: dalla Porta del Mare, la policroma e temporanea struttura installata nel 1993 in piazza Primo Maggio come una sorta di moderno pronao, ingresso alla scultura naturale del mare; alla struttura posta al centro di piazza San Francesco. Nell’uno e nell’alto caso si tratta di opere che vivevano dentro alla quotidianità della città, usate, oltre che ammirate, da persone comuni che spesso non sono mai entrate in un museo e non distinguono il barocco dalla land-art.
Summa guardava all’arte con una sensibilità umanistica di stampo antico che aveva radici nella sua formazione culturale. Conseguita la maturità classica, aveva frequentato la facoltà di Lettere nell'università di Roma laureandosi in Lettere moderne (indirizzo Storia dell'arte) con una tesi in Estetica. Il suo esordio pubblico risale al 1964, con la partecipazione, su invito del grande critico d’arte, Giulio Carlo Argan, alla mostra “Strutture di visione” ad Avezzano. Altre, innumerevoli mostre erano seguite, mentre Summa coniugava la creatività con il mestiere di insegnante al liceo artistico a Pescara, nella facoltà di Architettura della d’Annunzio e nella Scuola di specializzazione in Storia dell’arte contemporanea di Siena. La sua ispirazione era legata al territorio e alla possibilità di influire sul modo in cui usiamo l’ambiente in cui viviamo. Dalla metà degli anni Sessanta. A partire dal 1968 aveva realizzato, in varie città, opere ambientali sia temporanee che stabili come “Un arcobaleno in fondo alla via” nel 1975 a Città Sant’Angelo, “Le Parole vivono nella realtà le cose nella mente” a Castel di Sangro nel 1976; ; “La Raccolta” nel 2006 a Bolognano; e “Preludio” nel 2006 a Montesilvano.
Il legame con Pescara si era ulteriormente rafforzato nel novembre scorso, quando aveva donato alla città la sua casa-studio con i suoi lavori pittorici, plastici, ambientali e il suo straordinario archivio digitale. Il suo esempio, la sua esperienza erano custoditi dalla Fondazione Summa, di cui era lui stesso presidente. Erano un «contributo alla qualità della vita pubblica e alle future generazioni», aveva detto l’artista alla presentazione della Fondazione che porta il suo nome nella sede della Maison des Arts in corso Umberto dove era stata allestita la sua mostra “La Città della Memoria. La Memoria della Città”. «Spero che questo mio gesto possa portare nuovi frutti superando il provincialismo», aveva detto Summa in quella che si sarebbe rivelata una delle sue ultime uscite in pubblico, «e spero che la città riprenda il suo ruolo dopo questa crisi. Sono sempre stato un outsider, ho voluto essere preso in considerazione per parlare nel presente, dare alla città la possibilità di rifondarsi e divenire simbolo di un’esperienza culturale grazie all’attività del suo liceo artistico negli anni Sessanta e Settanta. Cercare il dialogo con il contesto storico, essere contemporanei senza dimenticare il passato è sempre stata la mia idea in cinquant’anni di attività».
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