Pescara

Riciclaggio, in cinque sotto inchiesta a Pescara: nel mirino i conti di una braceria

13 Aprile 2026

Le indagini dei carabinieri. Si tratta di Paolo De Luca e di altri quattro ai quali avrebbe attribuito fittiziamente il ristorante. Secondo l’accusa, devono rispondere anche di impiego di denaro di provenienza illecita

PESCARA. In cinque sono finiti sotto inchiesta per trasferimento fraudolento di valori e riciclaggio. A firmare l'avviso di conclusione delle indagini sono stati il procuratore aggiunto Anna Rita Mantini e il sostituto Rosangela Di Stefano al termine di una approfondita indagine sulle attività imprenditoriali del principale imputato, Paolo De Luca (attualmente in carcere per scontare un cumulo di due condanne) che, in questa vicenda giudiziaria, si sarebbe tirato dietro Alessandro Canale, Simone Paolucci e Domenico Suaria che insieme a lui rispondono di entrambi i reati, mentre per Federico Lamonarca c’è solo quello di riciclaggio, oltre alla violazione della misura di prevenzione.

Secondo quanto ricostruito dalla procura che ha avuto il prezioso apporto in sede di indagini dei carabinieri della sezione operativa del Norm di Pescara, i primi quattro, «al fine sia di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali, sia di agevolare la commissione dei delitti di riciclaggio o autoriciclaggio» avrebbero favorito De Luca, già noto per una serie di procedimenti legati in particolare allo «spaccio di sostanze stupefacenti nonché sottoposto a misura di prevenzione».

Ebbene, stando all’accusa, i quattro «attribuivano fittiziamente il Ristorante “Braceria da Carlo” (in realtà gestito di fatto da De Luca e Simone Paolucci), alla società “Braceria srl” intestata solo formalmente all’amministratore unico Canale fino al 29 novembre del 2024 e a Domenico Suaria» che subentrò alla guida della stessa società.

«Entrambi», si legge ancora nell’imputazione, «pur consapevoli della condizione personale di De Luca, accettavano l’intestazione fittizia». E sempre gli stessi quattro (De Luca, Canale, Paolucci e Suaria) devono rispondere anche di impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita. Questo in quanto, «agendo De Luca, già condannato per plurimi reati contro il patrimonio e in materia di sostanza stupefacenti dai quali conseguiva illeciti profitti e sottoposto alla misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno a Pescara, e Paolucci quali gestori di fatto della "Braceria Srls”, Canale e Suaria quali amministratori di diritto, impiegavano e trasferivano in attività economiche e finanziarie il denaro provento dei delitti sopra indicati, in modo da ostacolare concretamente l'identificazione della sua provenienza delittuosa», attraverso una serie di operazioni bancarie.

In sostanza, i quattro avrebbero effettuato una decina di versamenti allo sportello della banca con cui lavoravano per un ammontare di 15mila euro. Lamonarca, essendo delegato a operare sul conto corrente della “Braceria srl”, avrebbe reimpiegato i denari provenienti dallo spaccio, oltre a «risorse economiche derivanti dalle attività già descritte, mediante pagamento di canoni di locazione del locale “Ristorante La Braceria”», « attuando tre bonifici home banking per un ammontare di oltre 4.000 euro, nonché mediante pagamento di canoni d’affitto del ramo d’azienda» tramite «un'operazione in uscita di 1.250 euro».

Lamonarca, peraltro, essendo sottoposto anche lui a sorveglianza speciale nel comune di Pescara, «contravveniva alla stessa e alla relativa prescrizione di non accompagnarsi con persone pregiudicate o sottoposte a misura di prevenzione, allontanandosi in più occasioni dal citato Comune e frequentando ripetutamente tre soggetti pregiudicati». Paolo De Luca (difeso dall’avvocato Gianluca Carlone), insieme al fratello Angelo e al genero di quest’ultimo Daniele Giorgini, è indagato per lesioni personali gravi in relazione alla morte del giovane Riccardo Zappone che i tre picchiarono violentemente per motivi rimasti ancora poco chiari: decesso che l’autopsia affermò essere stato causato dall’assunzione, da parte del ragazzo, di una dose massiccia di cocaina che la vittima aveva acquistato e consumato quella stessa mattina prima della lite. Adesso gli indagati hanno 20 giorni per interloquire con i magistrati prima che questi ultimi trasformino l'avviso di conclusione delle indagini in una richiesta di processo.