Rigopiano, è il giorno del ricordo: «Qui sentiamo le loro voci»

Oggi la fiaccolata dei familiari per i 29 morti sotto la valanga nove anni fa. Alle 16.49, “il Signore delle Cime” intonato dal Coro Pacini di Atri e il rilascio dei palloncini
PESCARA. Scarponi da montagna e pale per spalare la neve. Alle due di notte di nove anni fa, appena saputo della valanga che si era abbattuta sull’hotel dove lavorava il figlio Emanuele, Paola ed Egidio Bonifazi partirono così dal loro piccolo paese nelle Marche per raggiungere Rigopiano. Loro, come tutti gli altri familiari che nelle stesse ore iniziavano un calvario senza fine, non potevano immaginare quel disastro e tutto il dolore che ha provocato e che brucia ancora oggi che sono passati nove anni, e che anzi fa male anche di più.
Un disastro che non si poteva immaginare, ma evitare sì, perché era dall’alba di quel maledetto 18 gennaio 2017 che i 40 prigionieri dell’hotel hanno iniziato a chiedere aiuto via WhatsApp. Fino a quando, alle 16.49, dal monte Siella si è abbattuta la valanga che di quei 40 ne ha uccisi 29. Morti prigionieri perché la strada provinciale era bloccata dalla neve che nella notte nessuno aveva pulito, e terrorizzati dal terremoto che quel giorno non gli aveva dato pace. Oggi, dopo nove anni, Paola ed Egidio, come tutti gli altri familiari delle 29 vittime, si ritroveranno ancora lì a Rigopiano, davanti al totem dell’hotel con le foto dei loro cari incorniciati sotto la scritta “Mai più”. Come ogni anniversario, alle 15 sfileranno prima con le fiaccole fino all’obelisco dell’hotel, poi l’alzabandiera, la messa, la deposizione delle 29 rose bianche nel sito dov’era il resort distrutto dalla valanga e infine, alle 16.49, “il Signore delle Cime” intonato dal Coro Pacini di Atri e il rilascio dei palloncini. Ventinove, ognuno con un nome scritto sotto.
«Stare lì ha un valore immenso», dice addolorata Paola Ferretti, «significa rivivere passo dopo passo tutti i messaggi scambiati quel giorno e risentire la voce disperata di Emanuele che mi diceva “mamma qui è un disastro”. Nonostante siano passati nove anni non cambia niente, è sempre uguale. Anche il senso di impotenza». Perché al dolore e alla rabbia si aggiunge la stanchezza di chi in questi nove anni ha vissuto con l’impegno e la speranza di dare un senso alla fine dei propri cari. «Sono passati nove anni», ricorda Paola, oggi nonna grazie all’altro figlio Enrico, «e non possiamo ancora dire di avergli dato giustizia». Un’attesa che oggi proietta i familiari delle 29 vittime all’11 febbraio, quando è stata fissata la sentenza del processo d’Appello bis che ha rimesso al centro del processo sei funzionari della Regione (assolti in primo e secondo grado) per la mancata realizzazione della carta valanghe. Ma Paola non si fida più di niente: «Non voglio crearmi aspettative, so solo che ho tanta paura dopo quello che è già successo negli altri processi e per quello che abbiamo dovuto sentire questa volta dagli avvocati degli imputati, tra chi dava la colpa alla montagna e chi ai morti, che se ne dovevano andare il giorno prima perché la strada era pulita. Ma non è assolutamente vero». E poi l’amarezza per il mancato invito alla cerimonia di ieri all’Aquila, per la Città della Cultura. «Hanno nominato le vittime ma senza invitare i familiari. La verità è che la vicenda Rigopiano è scomoda, dà fastidio perché ricorda il fallimento delle istituzioni. Diamo fastidio noi e danno fastidio le 29 persone morte».
Con la voce che gli trema, Paola torna al ricordo del figlio che non ha più rivisto, «morto sul lavoro senza che lo Stato glielo riconoscesse». «Non ce la faccio più, sono passati nove anni, sono invecchiata, per me ogni udienza è uno stillicidio, non vedo l’ora di strappare la pagina dal calendario e arrivare a febbraio. Ma ho il terrore di finire con un pugno di mosche, sarebbe una beffa insopportabile. Perché poi hanno detto che la colpa è stata del terremoto, ma semmai il terremoto è un’aggravante, perché chi doveva andarli a salvare, neanche col terremoto si è mosso».
Ma oggi è il giorno del ricordo per Paola e per tutti i familiari. È l’unico giorno in cui alle 16.49, a distanza di nove anni, ognuno di loro e degli 11 sopravvissuti rivedrà la vita di prima e la vita di dopo. Il tempo di guardare volare via i 29 palloncini.

