«Beni culturali, risorsa per L’Aquila»

Parla il direttore regionale Fabrizio Magani: c’è tutto un patrimonio che deve essere riscoperto e valorizzato

L’AQUILA. Il terremoto cambia tutto, anche le priorità che una città si pone. Ad esempio nei confronti dei beni culturali. Ne è convinto Fabrizio Magani, a capo della Direzione regionale per i Beni culturali e paesaggistici dell’Abruzzo. «Il futuro dell’Aquila non può prescindere dai suoi beni culturali», sostiene, «e in città c’è già un nuovo movimento d’interesse intorno a questo tema». Il recupero di chiese, monumenti, e opere danneggiati deve essere, secondo il direttore, al primo posto anche dell’amministrazione e dell’università. Circa un anno fa la gestione del restauro dei beni artistici del cratere sismico è passata dalla struttura commissariale alla Soprintendenza regionale. Originario di Padova, Magani ha incominciato la sua esperienza in Soprintendenza in Friuli Venezia Giulia, regione colpita dal sisma nel 1976.

L’Aquila può ispirarsi alla metodologia utilizzata in Friuli per il recupero dei beni culturali?

«In quella regione, dopo il sisma, sono nati un Centro di restauro e l’università per i Beni culturali. Lì hanno letteralmente scoperto il loro patrimonio dopo il terremoto, prima in mano a pochi studiosi. Spero che una cosa del genere accada all'Aquila: vedo crescere un interesse che può riservarci sorprese».

Dottor Magani, a che punto è il recupero dei monumenti colpiti dal sisma?

«Il Mibac ha messo a punto un piano novennale d’interventi. Se il programma sarà rispettato, entro 12-15 anni i monumenti torneranno alla città. Abbiamo dato assoluta precedenza al mondo delle donazioni provenienti dalla cosiddetta “lista nozze” e da donazioni minori. Si tratta di 30,6 milioni di euro, di cui una parte provenienti da Russia, Kazakistan, Francia, Germania, Spagna. Fondi destinati a 17 interventi, dei quali 5 completati, ad esempio Porta Napoli, e 12 in atto. Poi ci sono circa 53 milioni destinati ad altri 55 interventi, dei quali 6 ultimati».

Qualcuno critica i tempi con cui si sta procedendo con il recupero dei beni culturali.

«Non abbiamo perso tempo, e la procedura seguita per la chiesa delle Anime Sante ne è un esempio: l’8 dicembre scorso abbiamo firmato il protocollo d’intesa con la Francia. Il bando è stato chiuso il 2 aprile, mentre la data di convocazione per la Commissione che dovrà valutare i progetti si terrà mercoledì 10 aprile: tutto d’intesa con i francesi. C’è da dire, inoltre, che il restauro dei beni culturali ha tempi ben diversi da quelli della ricostruzione urbanistica».

Per quale motivo?

«Perché i nostri progetti sono molto più sofisticati. Bisogna prima fare la diagnostica, poi applicare delle metodologie per conoscere le caratteristiche dei suoli e dei muri, infine mediare tra il “cemento armato” e la conservazione dei valori culturali, che devono essere trasmessi. Il restauro, nella tradizione italiana, presuppone il recupero del bene artistico, insieme al miglioramento strutturale e sismico».

Fondi Cipe: lei pensa che basteranno?

«Il Cipe ha stanziato 500 milioni di euro per il piano novennale del Mibac. Per il 2013 sono pronti 70,5 milioni. Basteranno per “coprire” il fabbisogno del piano nella misura in cui si riuscirà a dimostrare di saper impegnare e spendere le risorse. In caso contrario per l’annualità successiva non arriverà nulla. Ecco che tutti i soggetti che vanno a pescare nella delibera Cipe, hanno interesse a mettere in moto il meccanismo, rendicontando la spesa. Altrimenti non ci sarà un seguito».

Cosa pensa della scheda parametrica criticata dai tecnici?

«Penso che sia un ottimo mezzo per tutelare il centro storico. L'idea è di avere considerato tutto il centro, anche ciò che non è vincolato, d'interesse paesaggistico, collegandolo a una somma in più. Vuol dire che chi possiede una casa in centro che non è un bene culturale, può comunque avere fino al 100% dei soldi in più. Un discorso che vale anche per i centri storici delle frazioni e degli altri Comuni, se ne faranno richiesta».

Marianna Gianforte

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