Famiglia nel bosco, la tutrice contro Catherine: «Usa i figli per fini commerciali»

Palladino scrive alla Corte d’appello: «La donna ha deciso di pubblicare un libro sulla vicenda processuale, per i minori è una grave e persistente esposizione»
PALMOLI. La mamma del bosco di Palmoli usa i figli per fini commerciali, come dimostra la decisione di pubblicare un libro sulla storia della famiglia anglo-australiana. È questo il senso delle ultime accuse lanciate dalla tutrice Maria Luisa Palladino a Catherine Birmigham, cacciata lo scorso 6 marzo dalla casa famiglia di Vasto, dove i suoi tre bimbi sono collocati dal 20 novembre 2025. Le contestazioni sono contenute nell’atto con cui l’avvocato Palladino, come anticipato dal Centro, ha chiesto alla Corte d’appello dell’Aquila di respingere il reclamo con cui Catherine e il marito Nathan Trevallion, attraverso gli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas, hanno chiesto il ricongiungimento della famiglia.
Sostiene la Palladino: «Mentre la scrivente, in perfetto allineamento a quanto previsto da tutti i protocolli, si è limitata a rettificare notizie già ampiamente diffuse pubblicamente e non rispondenti a verità, di contro e paradossalmente i genitori, che invocano essi stessi l’intervento del Garante della privacy, hanno “pubblicato” la vicenda processuale, attraverso un libro di imminente uscita (Solferino), come da documentazione resa dell’agente della madre e depositata dai difensori nel fascicolo di primo grado, e, tra l’altro, hanno in animo di realizzare un film per il quale risulterebbero già venduti i diritti». Poi l’affondo: «Tale condotta, posta in essere nonostante la sospensione della responsabilità genitoriale, configura una grave e persistente esposizione mediatica dei minori per finalità estranee al loro interesse, e alla trasformazione della vicenda in un prodotto editoriale e commerciale. Il dolersi di presunte violazioni della riservatezza da parte dei genitori perde di ogni e qualsiasi credibilità».
La Palladino replica ai legali della famiglia: «Attraverso affermazioni che si reputano gravi, la difesa dei genitori tenta superficialmente di ipotizzare “un’opaca collusione” tra la struttura e i servizi sociali, intorno a cui ruotano anche le altre figure istituzionali prive di autonomo discernimento; tale ricostruzione, oltre a essere priva di fondamento, non chiarisce quale finalità dovrebbe perseguire tale sinergia, se non quella – doverosa – di garantire ai minori un contesto familiare sicuro, all’interno del quale i genitori dimostrino l’effettiva volontà di riconoscere l’identità autonoma dei figli quali individui». A leggere l’ultima relazione della tutrice, la decisione di consentire inizialmente l’ingresso di Catherine in casa famiglia è stata una sorta di gentile concessione: «Risulta errato il tentativo di elevare una facoltà concessa dai servizi sociali a un presunto diritto alla permanenza (in struttura, ndr) della madre, specie laddove tale concessione è stata dalla madre strumentalizzata per erigere barriere tra minori e le figure educative di riferimento; al contrario ben avrebbe potuto detta permanenza essere “utilizzata” favorevolmente dalla madre».
La Palladino chiama in causa di nuovo la difesa della coppia, che «ha volutamente spostato l’asse del giudizio su un piano suggestivo e ideologico, evocando “la caccia alle streghe”». Una tesi respinta dalla tutrice, perché «le censure mosse alla madre non attengono a una valutazione dello “stile di vita” o a una presunta “diversità rispetto ai canoni ordinari”, bensì alla concreta violazione di obblighi di legge (istruzione, tutela sanitaria, protezione della privacy dei minori)». La Palladino va ancora allo scontro con la difesa: «L’autorità giudiziaria e le istituzioni presenti hanno il dovere di guardare esclusivamente al diritto dei minori a una crescita equilibrata. Erigere a difesa il pretesto di una “caccia alle streghe” appare una manovra strumentale, profondamente lesiva della serietà delle argomentazioni che si stanno affrontando, volte a un’analisi serena e oggettiva del superiore intesse dei figli».
L’ultimo atto a firma della tutrice regala anche sorprese, perché torna a mettere in discussione problematiche che sembravano pacificamente superate. «Nel fascicolo del primo grado», si legge, «è stato depositato un progetto didattico personalizzato redatto da una scuola privata per garantire l’attuazione dell’homeschooling». Una possibilità, quest’ultima, è bene chiarirlo, ritenuta legale in Italia, come sancito dalla Costituzione. Ma Palladino osserva: «Il detto metodo scolastico, nel caso specifico, appare in netto contrasto con le indicazioni della Neuropsichiatria infantile e dei giudici, rischiando di eludere quell’esigenza di crescita, inclusione sociale e confronto con la collettività esterna che solo la scuola pubblica può assicurare». E giù nuove contestazioni ai genitori: «Tale condotta conferma la persistente resistenza ad accettare un percorso educativo strutturato e condiviso, preferendo soluzioni che mantengono i minori in una condizione di parziale isolamento rispetto alla comunità scolastica territoriale».
Quindi l’attenzione si sposta sui consulenti dei genitori, i cui pareri – argomenta Palladino – «sono basati esclusivamente su osservazioni de relato e materiale audio-visivo decontestualizzato». Non manca un ulteriore richiamo a Catherine e Nathan: «Tra l’altro tale materiale è stato raccolto dai genitori in totale spregio del provvedimento di sospensione della responsabilità genitoriale e in assenza di qualsiasi autorizzazione da parte del tribunale o della scrivente. La mancanza di un esame diretto dei minori da parte dei consulenti rende tali elaborati scientificamente inattendibili e giuridicamente irricevibili». Qui le parole diventano di fuoco: «Trattasi di consulenze redatte “a distanza”, la cui unica finalità appare quella di delegittimare l’autorità giudiziaria posta a tutela dei minori e di screditare le relazioni rese dai servizi della casa di accoglienza».
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