ArgomentoSabrina Dei Nobili

Questione di stile

  • La solitudine di Marta, con o senza coronavirus

  • L'isolamento forzato, tra odio e sospetto

  • Le vite stravolte dal virus di chi si ama da lontano

  • Dopo l'isolamento, noi con la ricrescita "felice"

  • In questo clima di paura, salviamo almeno l'amore

  • L'Italia al tempo del coronavirus

  • L'occhio vuole la sua parte, anche in sella a una bici

  • In un mondo iperconnesso, siamo persone o prodotti?

    Vi siete mai chiesti come il semplice smartphone abbia cambiato, negli anni, le nostre abitudini di vita? Che sia un rapporto di amore o di odio quello che ci lega al telefonino, non si può negare che sia diventato ormai un vero e proprio prolungamento del nostro corpo, una protuberanza senza la quale alcuni si sentono menomati.
    È vero, gli smartphone ci fanno sentire connessi con il mondo, quasi onniscienti con quei superpoteri che riesce a darci.
    Ma c’è, come sempre, il rovescio della medaglia. Gli esperti calcolano che, in media, ognuno di noi spende circa tre ore e quaranta minuti, tutti i santi giorni, perso nello schermo del telefonino. Ben 110 ore al mese. E una gran parte di questo tempo, soprattutto per quanto riguarda le giovani donne, è riservata all’accurata, anzi maniacale, preparazione dei selfie.
    Un’altro studio fatto su donne dai 16 ai 25 anni ha quantificato in 16 minuti il tempo dedicato a ciascuno scatto, moltiplicato per una media di tre selfie al giorno. Tre quarti d’ora della propria giornata spesi dietro a trucco, parrucco, ricerca della location, della luce giusta, dell’angolo di ripresa migliore... Tutto per poter postare la foto perfetta. Quella stessa foto che poi viene cancellata con la facilità di un clic, se non ottiene un numero considerato accettabile di like. Buttando a mare tutto il lavoro fatto per scattarla, in uno spietato circolo vizioso.
    In pratica, il tempo che ci era stato dopo secoli donato con l’invenzione di lavatrice, lavastoviglie e robottino aspirapolvere, ora è sacrificato sull’altare dell’autopromozione.
    Perché, in fondo, è proprio di questo che si tratta. Esistere non più in quanto persona, ma in quanto prodotto da pubblicizzare. Un prodotto da esporre al meglio nella vetrina di Instagram, merce viva da promuovere in uno spot pubblicitari dato in pasto ai canali video. Un marketing autogestito che richiede tempo e giudizio.
    Insomma, quando non è la società a “imbrigliare” le donne, sembra che loro se la cavino benissimo da sole.
    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

  • Ma perché continuiamo a guardare Sanremo?

  • Le parole magiche che aiutavano a crescere